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Da quando il cellulare è diventato uno strumento per navigare sul Web con una velocità decente, quindi poco prima dell’avvento evolutivo degli smartphone, gli operatori telefonici hanno iniziato a recitare un mantra: “Non siamo solo un tubo vuoto”. Il che significava dire che le loro infrastrutture di rete non potevano e non possono essere considerate solo un mero trasporto dati su cui far fiorire un mondo di servizi al di fuori del loro controllo. Eppure è successo esattamente questo. Sono bastati poco più di tre lustri e una visione improntata alla tattica del prezzo più che alla strategia del servizio a rendere i gestori telefonici mobili una tubatura nella quale i cosiddetti OTT (Over The Top) hanno fruttato miliardi. Per la cronaca, negli OTT rientrano Facebook, WhatsApp, Instagram, Netflix, Spotify, Disney+ e tutte le piattaforme gratis (o apparentemente tali) o con abbonamento che si appoggiano al cloud e a Internet per erogare servizi a valore aggiunto agli utenti.

Servizi ai quali gli utenti non vogliono e non possono più rinunciare. Per abitudine, per passione, per necessità, per lavoro o per svago. Dal gaming allo streaming, dalla produttività online alla condivisione, si paga un canone di abbonamento mensile per avere il più possibile di GB da sfruttare con fornitori che non hanno nulla a che vedere con il gestore telefonico.

Questa abitudine consolidata e inamovibile di usare piattaforme cloud per qualsiasi esigenza, tanto che ha reso lo smartphone così centrale nella quotidianità privata e lavorativa, si è sommata a una miopia strategica dei gestori telefonici.

Diciamolo subito, senza troppi fronzoli. C’è stata un’epoca pre-Iliad e quella attuale post-Iliad. Il momento zero della telefonia mobile corrisponde con la prima offerta di Iliad: 50 GB a meno di dieci euro al mese. Prima di questa “bomba” i gestori telefonici offrivano mediamente meno di 10 GB per i contratti consumer e poco più per quelli business.

Il concetto del “tanti GB a poco prezzo” è diventata una tattica dominante per arginare il passaggio dai “vecchi” gestori telefonici al nuovo, fresco e rampante Iliad. Una tattica che ha portato colossi del calibro di Vodafone, Tim, Wind e Tre dapprima a tamponare, poi a creare brand secondari che creassero una sorta di cortina contro il dilagare di Iliad e poi a contaminare le offerte “premium” con un bouquet di servizi e GB per poche decine di euro al mese. La tattica è diventata strategia: il rapporto tra prezzo e GB la sola leva commerciale.

Volendo ampliare lo scenario, a queste intricate questioni endogene, nel tempo si sono sommate situazioni esogene che hanno inciso non poco sulla colonna dei ricavi. Uno su tutti la progressiva riduzione dei costi dei dati all’ingrosso, che ha permesso all’Unione Europea di imporre la navigazione pressoché gratis sul Web all’interno degli Stati membri e il decremento sostanziale dei costi di roaming, fino ad azzerarsi.

Il fatto è che osservando gli ultimi 15 anni i gestori telefonici hanno investito tanto nell’evoluzione delle reti: con il 3G hanno capito la miniera d’oro che era nascosta nella navigazione in mobilità; con il 4G hanno valorizzato la velocità e l’esperienza utente; con il 5G l’obiettivo è di connettere tutto e tutti in un mega ecosistema complessivo che parte dal Paese, arriva alla città e si snoda fino alla casa, alla stanza. Ma hanno solo creato infrastrutture, non servizi. Il boost di fatturato generato dal passaggio generazionale è stato determinato in parte dalle tariffe ma soprattutto dall’abbinata canone + smartphone di nuova generazione. Un effetto anabolizzante e sedante allo stesso tempo sulla logica di guardare al domani. E in questa condizioni, si sono forse dimenticati dimenticati i servizi a valore aggiunto offerti direttamente dal provider? Può essere. Di certo i consumatori hanno preferito le piattaforme di terze parti.

E hanno usato i gestori telefonici come tubi che portano l’acqua, anzi i dati per accedere ai servizi preferiti che spremono al massimo i GB ma non contribuiscono a generare fatturato diretto per il gestore. Solo indiretto: la rimodulazione delle tariffe e la proposizione di nuovi pacchetti. Troppo poco.

Come nel caso di Tim e Dazn. Per quanto l’accordo sia proficuo per entrambi, seppure a momenti alterni, dimostra come ci sia un legame sostanzialmente tra un “tubo” e un “contenuto che lo attraversa”. Separati ma congiunti per esigenze di partnership.

Scarsa lungimiranza? Difficile dirlo. Ascesa troppo veloce di OTT così forti da essere invincibili? Potrebbe. Difficoltà a guardare oltre l’investimento in infrastrutture? Anche. Strategia commerciale basata sul prezzo ottico del dispositivo mobile e del canone mensile? Di sicuro. Troppa dipendenza da alcuni brand per semplificarsi il lavoro? Poco, ma sicuro. Così nelle mani degli utenti sono finiti smartphone, tablet e pc connessi, delle migliori marche, con potenzialità enormi, che si intonano alla perfezione con gli abbonamenti degli OTT.

I principali operatori telefonici europei chiedono agli OTT di sostenere i costi dell’infrastruttura mobile

Ora che questo scenario è radicato, spunta la lettera accorata firmata nientemeno che da Nick Read (ceo, Vodafone), José María Álvarez-Pallete (presidente e ceo, Telefónica), Tim Höttges (ceo, Deutsche Telekom) e Stéphane Richard (presidente e ceo, Orange). Una “pec” che abbiamo pubblicato e commentato in questo articolo ma che è una resa di fatto. Un onore delle armi da chi ha guardato la luna e non il dito. Per chi ha investito in proprie infrastrutture, sfruttando le reti mobili realizzate da altri, e ora ne raccoglie i frutti.

Chiedere nella suddetta lettera agli OTT di contribuire alle spese dell’infrastruttura di rete mobile è un alzare bandiera bianca. Un po’ come dire: “Sì, siamo solo un tubo vuoto. Ci siamo illusi di essere altro”.

Che le cose non stiano andando benissimo lo evidenziano alcuni fatti recenti, anche se relativamente. Per prima cosa la fusione tra Wind e Tre, due ex feroci concorrenti; poi l’offerta di Iliad per acquistare Vodafone Italia (11 miliardi di euro offerti), nel momento in cui il Gruppo Vodafone è alla ricerca di buyout locali di alcune sedi (oltre all’Italia anche Spagna, Regno Unito e Francia). Infine, il fatto che Iliad con il suo atteggiamento non solo produce redditi, ha acquisito in Italia 10 milioni di utenti in tre anni e ora sta scardinando le logiche anche della connettività fissa.

Il prezzo da tattica è diventata strategia: non si può chiedere ad altre parti di sopperire a una visione aziendale troppo spesso incentrata sulla finanza e poco collegata con le abitudini degli utenti. Anche perché chiedere agli OTT di contribuire per il 50% alle spese per l’infrastruttura mobile significa portarsi in casa un socio di fatto, un finanziatore, una parte esterna che vorrà diritto di veto, una dipendenza di fatto. Questo scenario quale conseguenze avrebbe nel lungo periodo per i gestori telefonici e per la net neutrality? Chi paga di più ha priorità di navigazione e accesso ai dati? Ancora una volta, con questa richiesta, i gestori telefonici dimostrano di contare l’incasso della giornata di oggi ma senza porsi il problema di come aprire il negozio domani.