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Arm torna in Borsa perché SoftBank non ha saputo valorizzarla

Quando Masayoshi Son, ceo di SoftBank Group Corp., pagò 32 miliardi di dollari per Arm nel 2016, disse che stava acquistando una sfera di cristallo per modellare il futuro della tecnologia. L’azienda britannica è specializzata nella progettazione di architetture di chip diffusi principalmente in ambito mobile ma non solo (per esempio, Qualcomm, Amazon, Nvidia, Samsung, Apple e MediaTek realizzano SoC e chipset basati su tecnologie di Arm). Secondo SoftBank gli avrebbe fornito una visione unica ed esclusiva, oltre che proprietaria, della ricerca e sviluppo all’avanguardia a livello mondiale per guidare gli investimenti della holding nell’innovazione.

Sette anni dopo, il segmento del Vision Fund di Son sta attraversando una perdita cumulativa di 6 miliardi di dollari dopo una serie di scommesse fuori luogo, sbagliate o intempestive esattamente nei campi tecnologici che Arm avrebbe dovuto illuminare. Dopo che un tentativo di vendere Arm a Nvidia è fallito nel 2022, Son ora vuole rinunciare alla privatizzazione della sua “sfera di cristallo” per rimetterla di nuovo a disposizione degli investitori. L’azienda (Arm) che doveva e che avrebbe potuto fare la differenza, in modo persino superiore a quanto è accaduto, alla fine è diventata solo un’azienda alla mercé di SoftBank.

E pensare che le evoluzioni sostanziali dell’ultimo lustro sarebbero tranquillamente potute essere previste da Arm: non solo, Son aveva in mano l’azienda che avrebbe potuto anticiparle e concretizzarle. Tanto per dire, Son ha sempre sostenuto che è giunto il momento di prepararsi per un’era in cui le macchine avrebbero superato l’intelligenza umana. Ma forse per la prima volta nella sua vita, Son ha sottovalutato la rapidità con cui la tecnologia è riuscita a muoversi. Son ha scommesso sull’informatica onnipresente su piccola scala – con computer integrati nella vita di tutti i giorni – quando il mondo si è invece innamorato della prospettiva di costruire un’intelligenza simile a quella umana in vasti data center.

L’architettura di Arm è il gold standard sugli smartphone grazie alla sua efficienza energetica nell’affrontare attività di qualsiasi natura ed estremamente specializzate, seguendo fedelmente le modalità di utilizzo del consumatore tipo. Però questo è il “personal computing”, diffuso e fondamentale, certo, ma la classe di processori più importante sono i chip grafici venduti da Nvidia e Amd, progettati per affrontare i carichi di lavoro necessari per istruire e fare funzionare le piattaforme IA il più rapidamente possibile.

Ciò che le aziende vogliono ora è semplice ma difficile: modelli di intelligenza artificiale leviatani che abbracciano vaste quantità di dati, che possono essere adeguatamente alimentati solo da calcoli più rapidi e simultanei da processori paralleli che lavorano insieme. Si sarebbe potuto trattare di una migrazione graduale, se non fosse stato per il debutto esplosivo di ChatGPT. Da un giorno all’altro, gli sviluppatori di intelligenza artificiale sono rimasti affascinati dalle possibilità di costruire ampi simulacri del cervello per creare un’intelligenza dall’aspetto umano (si badi bene, “dall’aspetto” non dall’effettiva somiglianza). Alla resa dei conti, SoftBank, cioè uno dei sostenitori più ferventi e di lunga data dell’intelligenza artificiale, si è completamente perso l’ondata che sarebbe diventata l’intelligenza artificiale generativa.

Il ragionamento di Son nel 2016 non era sbagliato. Arm rimane cruciale nello sviluppo del computing moderno e della IA, senza dimenticare l’immensa opportunità data dall’automotive. Non è un caso che Intel e Nvidia visitino di frequente il centro di ricerca di Arm a Cambridge per discutere le roadmap di sviluppo attuali e future. La maggior parte del calcolo ultraveloce che supporta l’IA generativa avviene altrove e Arm non è più il motore centrale della spinta verso l’IA. SoftBank ha rilevato la partecipazione del Vision Fund in Arm per una valutazione di 64 miliardi di dollari. Confrontando questa cifra con la capitalizzazione di mercato di 1,2 trilioni di dollari di Nvidia, ottenuta diventando un punto di riferimento nell’intelligenza artificiale, è ben chiaro quanto SoftBank abbia perso il treno e abbia penalizzato Arm nello sviluppo delle architetture necessarie per la IA.

Quando Son annunciò che avrebbe acquistato Arm, molti analisti del settore si chiesero perché il miliardario non stesse invece acquistando Nvidia. Si scopre che Son aveva investito in Nvidia, accumulando una quota di circa il 5% che ha venduto per circa 3,6 miliardi di dollari all’inizio del 2019. Quella quota, se l’avesse mantenuta, ora varrebbe quasi 60 miliardi di dollari. Rimettendo Arm sul mercato e facendola diventare public company, aperta agli investitori in Borsa, potrebbe essere la migliore decisione di Son dal 2016.

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