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Nintendo

Il gioco di parole che abbiamo usato nel titolo è un riassunto sintetico ma coerente con la nostra esperienza d’uso di circa un paio di settimane del Pixel 6 Pro, nuovo flagship di Google che trova la sua perfezione nel risultato della somma delle parti. Non analizzando ogni singolo elemento, fisiologicamente imperfetto. Per dire che il “pacchetto completo” è uno smartphone capace di valorizzare al massimo Android 12 e di ribadire alcuni concetti chiave legati alla serie di device mobili di Google. Tre in particolare: fotografia computazionale, prestazioni ed esperienza “purista” del sistema operativo. Anche perché abbiamo già scritto l’approfondimento sulle novità del Pixel 6 Pro in questo articolo.

Dunque saranno i tre elementi indicati quelli su cui vogliamo rendicontare i lettori in merito all’uso del Pixel 6 Pro. Uno smartphone che stupisce nelle forme in virtù del dorso con la sezione fotografica, composta da tre obiettivi e un illuminatore a led, raggruppata in un segmento verticale nero, vistosamente sporgente rispetto allo spessore del dorso, e che caratterizza in modo inequivocabile l’estetica dello smartphone di Google.

Sia in modo fisico, sia quasi in modo metaforico, questa scelta stilistica punta l’attenzione sulla fotografia e la rende un aspetto chiave del device. Più che una aggiunta, è una valorizzazione; più che un optional, è ciò che Google vuole fare risaltare. Dunque, lasceremo la descrizione delle nostre impressioni fotografiche come ultimo “capitolo” di questa recensione.

Il modello che abbiamo in test è il Pixel 6 Pro con 12 GB di Ram, 128 GB di storage non espandibile (899 euro disponibile online solo sul Google Store) nel solo colore giunto in Italia: nero tempesta. Se vedete review di modelli con altre colorazioni o trovate in vendita Pixel 6 con tonalità differenti da questa, sappiate che non sono prodotti venduti ufficialmente da Google nel nostro Paese ma sono frutto di importazioni parallele da altri Paesi. Con tutte le criticità che ne conseguono.

In questo video iniziamo a descrivere cosa trovate nei pacchetti dei Pixel 6 Pro e Pixel 6 e quali sono le caratteristiche di base. Così che a seguire possiamo concentrarci sulla descrizione delle prestazioni e dei ragionamenti che abbiamo tratto dall’utilizzo.

Il connubio Google Tensor e Android 12 è vincente

Grande curiosità ha destato, quantomeno in chi vi scrive, la scelta di Google di sviluppare un processore ad hoc per i Pixel 6. Seguendo la strada già tracciata da altri brand (tra cui Apple, Samsung, Huawei e Vivo), anche a Mountain View hanno preferito disegnare il proprio SoC al fine di ottimizzarlo per il sistema operativo.

Il risultato è una piattaforma così strutturata:

Cpu: 2 core Cortex-X1 @2,8 GHz (high-performance) + 2 core Cortex-A76 @2,25 GHz (mid-core) + 4 core Cortex-A55 @1,8 GHz (efficiency-core)
Gpu Mali-G78 MP20 a 20 core
Context Hub (ultra low power engine) per la gestione di processi “leggeri” e in background, come Now Playing o l’Always-On-Display mantenendo basso il consumo della batteria sfruttando il machine learning
Tensor Security Core, il sottosistema di sicurezza che opera in simbiosi con il chip di sicurezza Titan M2.
TPU: il “motore” di elaborazione dedicato al machine learnig secondo Google;
Isp: è il modulo che si occupa di elaborare gli scatti fotografici in abbinata con i sensori e gli obiettivi;
System chace: è la memoria “tampone” che dialoga in modo biunivoco con la Ram e lo storage per elaborare i dati che di volta in volta sono necessari allo svolgimento del compito. È suddivisa in due zone: 8 MB per la cache di sistema; 4 MB per la cache L3 dedicata alla Cpu.

Questa configurazione, in abbinata alla dotazione 12+128 GB di memoria, si è rivelata perfetta per sfruttare al massimo Android 12. Il connubio si vede fin dalla prima configurazione, perché l’interfaccia stock del sistema operativo scorre fluida sotto le dita. Il Tensor è compagno ideale del sistema operativo per design progettuale, anche se tende a scaldare quando messo sotto sforzo con una serie ripetuta di app di benchmark o nelle situazioni più impegnative, per esempio nella riproduzione di streaming video in alta definizione oppure quando molte app sono aperte in background. Nulla di fastidioso, però quando i due Cortex-X1 entrano a pieno regime, il prodotto è duplice: performance e dorso percettibilmente più caldo.

Nell’utilizzo empirico le prestazioni sono ottimale con qualsisia app e in ogni contesto. Questo è confortato dalla misurazione dell’efficienza dell’hardware attraverso le due app di benchmark Antutu e Geekbench. Per dare ulteriormente peso ai risultati del Pixel 6 Pro animato dal Tensor abbiamo confrontato i risultati con quelli ottenuti da Apple iPhone 13 Pro e da Oppo Find X3 Pro, uno dei pochi che ha saputo sfruttare al meglio il processore Qualcomm Snapdragon 888 ed è già stato aggiornato ad Android 12. Ecco la comparazione dei risultati:

A conti fatti, l’abbinata Tensor e Android 12 supera le più rosee aspettative per un motivo molto semplice: i benchmark con il Pixel 6 Pro sono stati eseguiti con il telefono configurato e arricchito da tutte le app. In sostanza hanno calcolato i risultati con il telefono in pieno utilizzo, non “svuotato” in modalità test, con tutti gli appesantimenti vari generati dalle applicazioni che girano in background, da WhatsApp, ai social, alle notifiche e a tutto il resto. Questo per dire che il Tensor è quantomeno all’altezza dello Snapdragon 888, se non di più (Antutu fatto girare con il device “vergine” ha restituito 753.300 punti).

Android 12 ha un ruolo fondamentale nel determinare queste performance. Per iniziare non ha interventi estetici o funzionali. Come da tradizione i Pixel propongono il sistema operativo con l’interfaccia di base (Material You) e privo di app accessorie e proprietarie tipicamente installate dal brand. A questo si aggiunge la classica ottimizzazione della piattaforma per l’hardware del Pixel, che ha sempre fruttato funzioni uniche per i Pixel. Tra queste, citiamo il riconoscimento automatico della musica ambientale, la traduzione automatica “on screen” di video, brani e parlato, la crittografia dei dati in virtù del processore dedicato Titan M2, le funzioni estese dell’Assistente Google a tutte le opzioni dello smartphone. E poi l’utilizzo della Google Cam, ossia dell’app di scatto fotografico specializzata per trarre il migliore beneficio dalle ottiche e dal processore.

L’eleganza del Pixel (e di Android)

Android 12 sul Pixel 6 Pro mostra il meglio di sè. Anzi, si potrebbe dire che mostra il bello di sé perché l’ambiente è pienamente configurabile in fatto di colori, icone e sfondi. Molto più che nelle precedenti release dell’Os e con nuance moderne, eleganti e raffinate. Ci è davvero piaciuto intonare i colori di sistema con le icone e gli sfondi perché, finalmente, anche senza UI proprietarie è possibile rendere più personale l’ambiente di utilizzo della piattaforma. Senza appesantirla. In più, il nuovo centro notifiche è stato migliorato per risultare meno affastellato nell’organizzazione di funzioni, notifiche e strumenti rapidi.

Sul fronte della sicurezza, non abbiamo avuto alcun dubbio sulle potenzialità del Titan M2, soprattutto nell’efficienza elevata quando si attiva la crittografia dei contenuti. Tuttavia il sensore di riconoscimento delle impronte non è sempre impeccabile. A volte è lento e se il dito non è perfettamente asciutto e pulito, fa molta fatica. Questo per via dell’utilizzo della classica tecnologia affidata al sensore biometrico posto sotto al display che legge le impronte digitali sfruttando lo specchio e l’illuminazione in una determinata fase di luce. Il combinato disposto di questi elementi (software e hardware) è un punto che si può perfezionare con un aggiornamento sia per velocizzare l’operazione di sblocco, sia per ridurre gli errori di scansione.

E l’unico aspetto poco entusiasmante riconducibile al display, peraltro non direttamente collegato a esso, perché per il resto lo schermo Amoled Ltpo da 6,71″ è un vero pannello cinematografico. Si esalta tanto nella visualizzazione di contenuti testuali, quanto in quella multimediale con video e giochi. Abbiamo utilizzato il pannello con calibrazione dei colori Adattiva (consigliata per equalizzare lo schermo in base al tipo di contenuto e al gamut), ma tenendo come fisse la risoluzione massima (3.120×1.440 pixel) e la frequenza di refresh a 120 Hz. In pratica, disattivando le funzioni automatiche che variano l’uno e l’altro parametro al fine di minimizzare l’impatto sulla batteria da 5.000 mAh. Non solo l’impatto è stato minimo, a parità d’uso con le modalità di gestione automatica di risoluzione e refresh si risparmia meno del 10% di autonomia, ma a livello visivo si guadagna in qualità.

La batteria, pur essendo generosa, è messa costantemente alla prova dall’hardware che continua a operare in quanto Android 12 è un florilegio di notifiche, informazioni e stimoli che compaiono sullo schermo, sia esso in stand-by o in utilizzo. Per esempio, il prossimo appuntamento imminente, le notizie pertinenti ai gusti, le notifiche dai social, i suggerimenti di Assistant e così via. Eppure nonostante lo smartphone sia sempre all’erta anche quando è in stand-by, con la batteria si arriva a completare agilmente la giornata lavorativa. In dotazione non c’è l’alimentatore ma solo il cavo Usb-C: per la ricarica non usate caricatori con potenza superiore a 30 Watt per evitare danni. Il tempo di ricarica completa è pari a poco più di un’ora.

Come sintesi di quanto detto, Google ha davvero re-inventato i Pixel con il flagship 6 Pro. E questo è evidente tanto nell’estetica, che abbina UI elegante e scocca minimalista (seppure certificata IP68 e dotata di vetri Corning Gorilla Glass Victus), quanto nell’utilizzo, perché Android 12 diventa sempre più personale man mano che apprende le nostre abitudini.

È doveroso anche dire che il Pixel 6 Pro è un ottimo telefono, nel senso che assicura conversazioni vocali soddisfacenti. L’abbiamo testato a Milano con Vodafone in 5G e le uniche problematiche sono state legate alla gestione non sempre impeccabile dell’infrastruttura di rete nel passaggio tra 5G, diffuso a macchia di leopardo, e 4G.

Pixel 6 Pro: fotocamera semplice ma potente

Android 12 ha anche il pregio di aggiungere funzioni fotografiche apparentemente semplici ma capaci di grandi risultati. La parte più faceta è rappresentata dagli strumenti di editing nell’app Foto. È il caso di Gomma Magica, che permette di post-elaborare le foto eliminando persone e oggetti non desiderati. Ammettiamo che i risultati, grazie all’intelligenza artificiale animata dal Tensor, sono eclatanti. A questa si somma la funzione cielo che permette di enfatizzarlo nelle foto. Vi mostriamo un esempio.

Sempre tra gli optional citiamo nell’app fotografica la nuova sezione Movimento che consente di eseguire foto in Panning (seguendo l’oggetto e lasciando lo sfondo sfumato) ed Esposizione lunga (perfetta di notte per ottenere le scie sulle strade delle auto che passano). Interessante che Google abbia inserito questi strumenti creativi come dotazione di base della fotocamera: è un invito al usare la fantasia. Anche questi sono animati dall’intelligenza artificiale in loco e sono utili per scattare foto per stupire gli amici sui social. Ecco un paio di risultati che si possono ottenere.

Non manca nemmeno l’astro fotografia, che attiva di default nelle impostazioni avanzate della fotocamera e permette di catturare cieli stellati a condizione che siano tersi. Interessante anche lo scatto migliore, nelle impostazioni del menu contestuale, che scatta più versioni della stessa scena e con l’IA del Tensor provvede a elaborarle per salvare la foto perfetta.

Questi sono gli optional, ma veniamo al clou: il reparto fotografico del Pixel 6 Pro. Quest’anno composto da tre obiettivi:

Primario: 50 Mpixel, 1/1.31″, 1.2µm pixel, 24 mm equivalente, f/1.85, stabilizzatore ottico (Ois), messa a fuoco a doppio rilevamento di fase (Dual Pdaf)
Ultra wide: 12,5 Mpixel, 1/2.86″, 1.25μm pixel, 16mm equivalente, f/2.2, 114° di Fov;
Tele obiettivo: 48 Mpixel, 1/2.0″, 0.80μm pixel, 102,6mm equivalente (4x ottico), f/3.5-aperture, Ois, Pdaf.

Completano il sistema di messa a fuoco automatica con sensore laser, illuminatore a led e fotocamera selfie frontale da 11,1 Mpixel f/2.2, 20 m equivalente (praticamente una ultra angolare).

Il teleobiettivo visualizzato qui sopra sfrutta un periscopio per garantire l’ingrandimento necessario a supportare i 4x ottici. Curiosamente, questo modulo è integrato in senso perpendicolare rispetto alla scocca, e non parallelo come finora è stato usato dai brand che hanno fatto ricorso al periscopio, ed è così realizzato:

Il Pixel 6 Pro, in continuità con quanto dimostrato da Google per le serie precedenti dello smartphone, è capace di una resa fotografica eccellente. Ai massimi livelli della fotografia computazionale.

Le foto si distinguono per la ricchezza e nitidezza dei dettagli, l’estesa gamma dinamica e l’accuratezza dei colori tanto di giorno quanto di notte. Per la verità, tra la modalità notturna e quella standard, noi abbiamo preferito la standard perché tende a saturare meno e a lasciare inalterati i colori. Però quella notturna è fondamentale se si vuole praticare l’astrofotografia, seppure penalizzando l’equilibrio cromatico complessivo, per amplificare al massimo il cielo stellato. Il merito di un comportamento così realistico nei colori è determinato dagli algoritmi di Google, che sono studiati proprio per rispettare le tonalità (anche della pelle), e da un sensore che è molto più “luminoso” dei precedenti (l’ottica fa passare molta più luce).

Il 6 Pro porta a nuovi livelli la velocità di autofocus e di scatto e, incredibilmente, non toglie dettaglio quando si passa in modalità ultra wide (anche per questo l’angolo di campo è ridotto rispetto alla concorrenza, si tagliano i bordi laterali di solito più imprecisi) o si sfrutta al massimo lo zoom. La resa nell’esposizione è quasi da accademia.

Certo, ci sono alcuni contrappesi. Come per esempio il rumore di fondo che aumenta all’abbassarsi della luce, ma è una correzione che può essere fatta con un aggiornamento software, e un bokeh in alcuni casi non impeccabile.

I video in 4K a 60 fps sono fluidi, ma non è sui video che il Pixel fa la differenza. La qualità è buona. Tuttavia il 6 Pro è un telefono per scattare e ottenere risultati di altissimo livello senza sforzi. Anche portando al massimo il livello di ingrandimento.

Lo zoom ottico opera in 2x (con un crop dell’obiettivo principale) e in 4x (attiva l’ottica a periscopio) e fino a 20x in digitale. A 4x la qualità è eccellente, tuttavia si perde leggermente la coerenza cromatica con le foto dell’obiettivo principale. A 20x la definizione è notevole perché Google sfrutta l’ormai consolidata tecnologia di IA per ricostruire i dettagli. Giusto a 20x si evidenziano degli artefatti, del tutto assenti nelle altre modalità.

A conti fatti, seppure manca la macro, fotografare con il Pixel 6 Pro è un vero divertimento perché sul display arrivano scatti che a volte lasciano a bocca aperta. E in virtù delle ottime doti dello schermo le foto così belle rimangono tali anche quando visualizzate sul computer o sul Tv.

E per sigillare il nostro ragionamento, vi lasciamo agli scatti nei quali sono evidenti queste caratteristiche superiori della fotocamera del Google Pixel 6 Pro.

Galleria fotografica Google Pixel 6 Pro

Foto in controluce: da notare HDR, gamma dinamica, esposizione e resa dei dettagli. Eccellenti.

Con il francobollo abbiamo misurato il livello di dettaglio, ottimo, e la capacità dello zoom 20x. I risultati parlano da sè.

Foto di notte: gamma dinamica e bokeh

Iniziamo il confronto tra la modalità notturna e quella standard

modalità fotografia standardmodalità fotografia notturna

Foto di giorno: ancora una volta HDR ed esposizione, oltre che nitidezza e qualità del dettaglio, fanno la differenza