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Fahrenheit 451 (2018): torna Bradbury in versione cinematografica ma è solo fumo

Ray Bradbury è una stella splendente nel firmamento della produzione fantascientifica. Un innovatore che, prima ancora di Philip Dick (ci arriverà solo negli anni ’70), aveva creato una commistione tra i generi, usando la fantascienza come asse portante e costruzione letteraria per incastonare altri generi, tra cui la distopia e i temi di accusa sulla deriva sociale.

Fahrenheit 451, pubblicato nel 1953 e poi trasportato in sala cinematografica da Truffaut, è uno dei cardini della produzione letteraria dello scrittore americano. Più di Cronache Marziane. Due libri che andrebbero letti e riletti, soprattutto il primo perché pone al centro l’impoverimento culturale delle persone e la volontà di ridurre la società a un agglomerato non intelligente, che “prospera” perimetrato da risposte semplicistiche, banali e preconfezionate. Quasi profetico, verrebbe da dire.

Nel libro il protagonista è Montag, un vigile del fuoco sui generis: brucia libri invece di spegnere le fiamme perché il Governo ha messo al bando qualsiasi forma di diffusione culturale differente dai pochi testi e dalle musiche stabilite centralmente. La sottomissione del popolo avviene svuotando la capacità di critica e di ragionamento, togliendo tutto ciò che può creare domande e dando la possibilità al Ministero di cancellare ogni forma di diversità con l’obiettivo di omologare tutti su un’unica opinione. In questo contesto distopico, le persone sono semplicemente dei tasselli che vivono “felici” in quanto anestetizzati da tutto. Poi c’è chi invece prova a continuare a “liberare” le persone attraverso la diffusione della cultura classica.

Il film di Truffaut era un’eccellente trasposizione di qualità e fedele allo spirito originario di Bradbury

La versione 2018 distribuita di recente da Hbo dovrebbe fare la fine dei libri nel racconto di Bradbury. Sarebbe da dare alle fiamme per recitazione (gli attori sembrano capitati per caso sul set e mantengono sempre e solo un’espressione per i 60 minuti di troppo dedicati al film) e perché fa un brutto e mal riuscito “mischione” tra Orwell e Bradbury, trasponendo in modo esagerato e iperbolico messaggi eleganti e subliminali.

Imbrigliando l’ariosità di pensiero del libro e lo spazio di ragionamento del racconto originario in uno sviluppo artificioso, vignettistico ed esasperato. Con grandi discorsi altisonanti e scene roboanti, del tutto fuori contesto rispetto alla ricerca introspettiva e al ritorno di una coscienza critica del Montag bradburiano, che diventa una sorta di sintesi di uomo rinascimentale post distopia medievale.

L’edizione 2018 diventa più una ricerca sociale, con figure non credibili e distoniche rispetto alla distopia stessa. Non è nemmeno tanto curato come film: artificiosamente lento, lungo, verboso e per giunta inutilmente violento. Senza contare la scarsità delle ambientazioni e la ridicolaggine di spettacolarizzare tutto in una sorta di maxi social network nel quale il popolo sostiene l’attività dei Vigili del fuoco punitori. Poteva anche funzionare, perché invece è l’accusa rivolta non più all’incapacità delle persone di avere un atteggiamento critico, ma alla volontaria sottomissione della società a dittatori totalitaristi contro i quali c’è una sorta di resistenza.

Anche il tentativo di attualizzare il racconto tecnologico fallisce nella sua pretestuosità

Fahrenheit 451 2018 purtroppo non è un esercizio riuscito bene, più per la voglia degli autori di esagerare e di mettersi allo stesso piano narrativo di un fuoriclasse, invece di limitarsi a farsi ispirare e a reinserire il geniale flusso di Bradbury nel contesto attuale. In pratica è la sintesi di come trasformare un capolavoro in un film banale, con la fastidiosa sensazione che ogni scena sia un deja-vu.

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