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RUSSELL HOBBS

In un’epoca fatta di fugaci momenti scanditi dai post sul social di turno, un film come Oppenheimer diventa difficile da capire, persino noioso e blaterante. I lunghi dialoghi articolati, tra i migliori per spessore e portata della cinematografia degli ultimi venti anni, e la costruzione meticolosa, precisa e schietta dei personaggi, quasi alla Hemingway, rendono il nuovo film di Christopher Nolan un capolavoro totale (almeno per chi vi scrive). La somma e la summa di tutto ciò che il geniale regista ha saputo proporci attraversando generi, trame e personaggi di ogni tipo senza perdere il gusto per la semplicità.

Attenzione, non si confonda semplicità con banalità o leggerezza. La semplicità di Nolan sta nel trasformare la complessità in lunghi scambi dialettici che obbligano a ragionare. Non c’è dubbio che per molti passerà come un mattone verboso che dura tre ore: non andate a vederlo solo perché se ne è parlato tanto. Andate a vederlo se siete pronti a “studiare” il film in ogni sua pennellata, come un quadro, prestando attenzione alla scienza e all’umanità che scorre attraverso un racconto che accelera e collide su tre fronti principali. Guarda caso, tutte le linee narrative collimano e si scontrano fino all’esplosione totale. Alla scissione dell’atomo-narrazione per via della fissione che avviene nell’intreccio del racconto. Persino la musica evoca il rumore del contatore Geiger quando la situazione aumenta in “radioattività” e si dipana tra i gangli fondamentali del film.

Fino all’epica e disarmante conclusione. “Dio non gioca a dadi”, non lo fa nemmeno Nolan e ci scusiamo per avere messo i dadi di mezzo. Oppenheimer è il film della maturità del regista, non è stato Tenet. Quest’ultimo doveva essere il punto di arrivo di un percorso cinematografico del regista nel quale avrebbe dovuto sintetizzare tutte le tecniche sperimentate da Memento in poi per costruire il suo tempio stilistico di riferimento. No. Tenet è un film troppo lambiccato e prevedibile perché possa assurgere a un tale riconoscimento. Per quanto a livello tecnico sia un’opera d’arte.

Oppenheimer è il santuario cinematografico di Nolan: una enciclopedia della sua arte, del suo stile, di dove è arrivato e di ciò che ha fatto, della sua visione dell’uomo, della scienza e dell’etica, degli errori e del pentimento, della responsabilità e delle deviazioni che caratterizzano ogni persona. Proprio sull’etica è incentrato il tutto, un’etica variegata, fallace, frangibile, volubile, flessibile e adattabile. Come l’uomo, come gli uomini che compongono questo presepe psicologico di figure tutte centrate nei vizi e nelle virtù dell’uomo. Stiamo usando “uomo” nel senso di maschio, perché le persone che davvero mantengono inalterata la propria etica, le proprie idee e la vivono con orgoglio, amore e comprensione dell’uomo sono le donne. Non tante, ma le figure femminili sono forti e forniscono i punti fissi di un sistema atomico composto da qualsiasi sfaccettatura positiva o negativa un maschio possa esibire nella sua vita caleidoscopica e perennemente in equilibrio su vari fronti. Nel film si cita Prometeo, ma Oppenheimer e gli altri personaggi a corredo sono più simili all’Iliade e all’Odissea di Omero, nei quali la psicologia maschile è messa a nudo.

Il nudo: Nolan per la prima volta incede in scene di questo tipo, esagerate, atomiche. Ed è parte integrante di quanto detto sopra. Il vigore femminile, la capacità della donna di comprendere; il fervore maschile, la sua esibizione del machismo. Per celare una fragilità innata, in quanto persona. E come contrapposizione psicologica, emotiva e prettamente umana alla forza imprevedibile e imprevista della fissione atomica.

Annoiarsi di fronte a una tale ricchezza di stimoli mentali è tipico dell’attuale modello mentale spesso esecrabile, che chiede film nevrotici, veloci e basati sull’azione. L’azione fine a se stessa è contraria alla logica. La logica senza azione non è tangibile e sperimentabile. Se ci si annoia, non si ha voglia di capire, o forse non si hanno gli strumenti per capire e affrontare i propri mostri. Di fronte al più grande mostro mai creato dall’uomo: la bomba atomica, 200mila morti con due ordigni; l’unica arma che può rendere la terra una sorta di sole morente nell’arco di pochi minuti spazzando per sempre l’umanità.

Non guardate Oppenheimer per cercare l’azione, guardatelo per ragionare e mettervi a nudo attraverso una variopinta tela di specificità maschili, che danno fastidio ma che sono lì davanti a voi. Così come lo sono stati, a suo tempo, l’Iliade e l’Odissea. C’è anche Einstein nel film, una sorta di Omero per Dante (significativo il primo incontro tra Oppenheimer ed Einstein) in questa Divina Commedia dell’etica e dell’anti-etica maschile, ma soprattutto c’è Niels Bohr. E chi ha studiato un po’ più a fondo la fisica, come chi vi scrive, sente riecheggiare un nome di un fisico purtroppo sottovalutato. Ma che nel film decreta il senso totale del Prometeo-Oppenheimer: Prometeo ha cambiato il mondo rubando il fuoco dagli dei per regalarlo agli umani, ossia la conoscenza; Oppenheimer ha creato un mondo basato sull’atomica, sul rischi perenne di un cataclisma. Il novello Prometeo, più di Einstein, sancisce un prima e un dopo, un dopo tanto attuale ed epidermico da diventare percepibile come l’aria condizionata che sfiora la pelle durante la visione del film. Un presente talmente rischioso che determina la mutazione progressiva di Oppenheimer durante il film. È Bohr a rendersi conto che non c’è alcuna via di fuga da questa realtà. O, meglio, ce n’è una sola: ma il finale è tutto da scoprire.

A partire dal dialogo con Bohr si crea la dicotomia in Oppenheimer tra lo scienziato e l’uomo, dicotomia che si trasforma in antagonismo di se stesso. Oppenheimer è il simbolo della domanda fondamentale: quando la scienza porta innovazione? E quando invece le nuove conoscenze moltiplicano la magnitudo del pericolo senza che se ne abbia la reale e concreta percezione? È incredibile come Nolan non imposti la dialettica sul bianco e nero per arrivare a un grigio ma scinda il grigio perché il mondo diventi bianco e nero, così da accettare tutti gli altri colori. Di fronte a cambiamenti epocali non si può rimanere fermi nell’attesa di capire cosa succede e poi valutare cosa è successo: sarà già troppo tardi. Bisogna agire prima che si arrivi al bianco o al nero. Che ribalta il buono e il cattivo, o viceversa.

Oppenheimer è un film di dialettica costante, che non assolve nessuno: né i protagonisti, né lo spettatore. Nolan ha superato se stesso con un qualcosa di sconvolgente che obbliga a interrogarsi e a sondare il lato oscuro di noi stessi, le “dark necessities” che fanno parte del nostro design (come cantano i Red Hot Chili Peppers). È il terreno di cultura preferito da Nolan ma con questa opera ha esteso la tela a tutti noi: abbiamo davvero capito che il nostro obiettivo comune, globale, totale è salvare l’umanità dalle azioni dell’umanità stessa?

Libro consigliato: “American Prometheus: The Triumph and Tragedy of J. Robert Oppenheimer” o in italiano “Robert Oppenheimer, il padre della bomba atomica. Il trionfo e la tragedia di uno scienziato”