007
Samsung pc

Si esce dalla sala un po’ intontiti, come quando si assaggia un nuovo cocktail molto accentuato a livello alcolico e con un equilibrio inedito, acido, sapido e dolce, contrastante, che strappa la lingua e i sensi e su questi crinali insaporisce il gusto ed esalta l’emozione. No Time To Die apre una nuova era per 007, non lo stiamo volutamente chiamando James Bond perché i motivi sono tutti nel film.

Sono tre i passaggi fondamentali che slegano il binomio che sembrava indissolubile, che scindono l’agente segreto dalla sua caratura a doppio zero, che parlano dell’uomo James rispetto alla spia assassina 007.

“James, sono James”, come recita Daniel Craig in uno di questi passaggi, è strappato da Bond e rimescolato cambiando gli ingredienti. Anzi, per la verità, aggiungendone di nuovi: i sentimenti, l’umanità, la paternità, la fragilità, l’età. È un personaggio più maturo, dunque più delicato, attento e consapevole. Non manca di vigore e pugnacia, non manca di essere spietato, forte e deciso. Però è tutto commisurato e controbilanciato da una fioritura di sentimenti, passioni ed elaborazioni che sono frutto stesso del passare del tempo. Che scardinano il tradizionale equilibrio del personaggio (si notino gli abiti che indossa), anzi disequilibrio tutto sbilanciato sull’azione e l’auto-affermazione.

Il tempo è la linea su cui si costruisce la storia, il rapporto genitoriale è la leva con cui si attivano le azioni, la coscienza di se stessi è la luce con cui si fanno brillare atteggiamenti caleidscopici. James è obbligato a ripercorrere il passato, in modo reale o metaforico, con una veemenza che bruciano come raschiate di candeggina sulla pelle. Tali da sgretolare progressivamente la corazza di ogni certezza conosciuta, sostituendo la spinta del proprio ego per fare posto a motivazioni inedite per la saga cinematografica impostata sui libri di Ian Fleming.

Così James Bond è un uomo, non invincibile, fortemente presente e attuale nel tempo in cui viviamo e profondamente conscio dei propri limiti e delle proprie virtù. E disorienta, dall’inizio alla fine. Perché è diverso, perché è attuale, perché non è sempre infallibile. Soprattutto perché mostra di sé parti così frastagliate e umane che lo rendono più vicino allo spettatore. Che si aspetta sempre di trovare l’archetipo del super-uomo: c’è, ma in forma più credibile.

Il regista Cary Joji Fukunaga non è sempre impeccabile però queste frammentazioni, date da errori, imperfezioni e scivolate verso il basso, rendono per assurdo ancora più semplice comprendere come James sia solo James, volutamente slegato da Bond ma forzosamente ricomposto in James Bond per l’ennesimo salvataggio del mondo (“Quante volte lo abbiamo già fatto?”, si chiede durante il film).

La regia a volte è grossolana, obbliga i personaggi a comportarsi in modo poco fine e con ragionamenti che definire “cliché” significa essere gentili. Ancora una volta il regista ha l’intuizione di puntare sulla dicotomia tra 007 e James Bond, tra un mondo attuale e uno passato. Perché No Time To Die è il definivo passaggio dal “vecchio” al nuovo 007, questo soprattutto lascia interdetti alla fine.

Va visto. Va visto perché ci sono quei tre fatti fondamentali che vi abbiamo citato all’inizio di questo articolo (e che non vi diremo, altrimenti toglieremmo la parte acida di questo delicato cocktail), va visto perché è bene abituarsi subito che 007 sta diventando qualcosa di diverso e di più moderno, va visto perché con No Time To Die si chiude un’epoca e un’epopea di James Bond collaudata, classica, accademica.

E se ne apre un’altra, moderna, scioccante, straniante ma interessante. “James Bond will return”, ci assicura la scritta dopo i titoli di coda. Il prossimo 007 sarà totalmente diverso. E benché nell’attesa non ci spossa crogiolare nell’umanissimo No Time To Die, questo ultimo capitolo di Craig attiva la curiosità e la bramosia di scoprire come sarà il prossimo Bond. Diversissimo, su questo non c’è dubbio.

Sì, ok, poi ci sono anche gli altri attori. Che ruotano come una giostra e sostengono il processo evolutivo di 007 e di James Bond. Sono pianeti che ruotano in orbite ellittiche che si avvicinano o allontanano dal protagonista per aggiungere o attivare sempre più cromie e che si sublimano nel bianco finale (non è un colore che abbiamo scelto a caso, e capirete perché), la somma di tutti i colori. La storia non è importante in sé, per quanto fortemente legata all’attualità, è l’evoluzione di James che va vissuta.

Il regista non centra l’obiettivo di trasferire la stessa plasticità ed emotività a tutti i personaggi come, invece, riesce a fare con Craig. Ma perché 007 e James sono il perno: gli altri personaggi sono in funzione del suo percorso finale. Però una cosa vogliamo dirla: Rami Malek è diventato stucchevole, che noia. Dal punto di vista strettamente attoriale è fermo nelle sue ostentate espressioni e recitazioni omologate. Ha vinto un oscar con Freddie Mercury (regalato, quasi che l’Academy volesse pubblicamente chiedere venia per avere dimenticato troppo in fretta e troppo a lungo un personaggio come il frontman dei Queen). Malek si appaga di se stesso, ma non si cimenta ancora in qualcosa di più e di diverso dal solito sorrisino storto, dall’occhiata già vista e rivista e dal tono di voce sussurrante. Malek sta diventando un po’ come il pesce: dopo tre film, inizia a puzzare.