Internet instilla l’idea che online non esistono regole né conseguenze. Se ne scrive e se ne parla ormai da anni e più passa il tempo meno sembra realizzabile la diffusione di una cultura dell’utilizzo dei mezzi digitali. Anzi, i temi si fanno sempre più seri: dalla violenza verbale al bullismo, dalle minacce al revenge porn. L’assunto illogico è presto fatto: l’annullamento della compresenza fisica fa sorgere nel cervello di alcuni l’idea che le regole, siano esse norme legislative o stilemi basilari in una società civile, non valgano.
Per questi soggetti, l’online sembra assumere la forma di un vero e proprio scudo dietro cui nascondersi per superare i limiti del buon costume. Uno scudo strano però, che ha anche il difetto di amplificare e potenziare i lati peggiori di chi lo imbraccia.
Lasciando da parte i delicati temi di cui sopra, torniamo con i piedi per terra e prendiamo in esame una situazione più semplice e moralmente meno impattante: avete mai provato a vendere qualcosa online?
Chi vi scrive, nel corso degli anni, si è trovato a rivolgersi a internet per disfarsi di complementi d’arredo e abiti dismessi cercando di offrire loro una nuova casa, piuttosto che destinarli al cestino della spazzatura. Di siti web utili allo scopo ce ne sono a bizzeffe, da eBay a Subito.it, da Depop al più recente Facebook Market.
Ma la vendita online tra privati può essere un’avventura estenuante. Lo diciamo senza mezze parole. I servizi sviluppati per portarla a termine offrono esperienze d’uso ormai consolidate e intuitive, atte a facilitare l’inserimento dei prodotti, la loro descrizione e la loro diffusione. Ma poco possono contro le interazioni umane che si vengono a creare, cariche di storture e aberrazioni che solo il digitale ha avuto la forza di sdoganare.
Eppure non sono un negozio
Una la distorsione più frequente: pretendere servizi da retailer e contestualmente arrogarsi il diritto di stabilire prezzo, modalità di pagamento e di consegna. Da un lato c’è la pretesa di acquistare un prodotto perfetto, quasi pari al nuovo, come se non fosse mai stato utilizzato. Dall’altra la ricerca del prezzo stracciato – questo sì, di seconda mano. Un po’ come se si pretendesse di entrare in negozio, esaminare la merce e quindi decidere il costo che si è disposti a pagare. Una dinamica che nel reale è quantomeno bizzarra e inattuabile.
Dunque perché online dovrebbe diventare la prassi? Posto che la contrattazione è nella natura delle cose quando il perimetro è uno scambio tra privati, andare oltre le consuetudini di una negoziazione finanche tentare di imporsi con arroganza solo perché “tanto l’altro non mi vede” è una dinamica quantomai puerile, seppure espletata da adulti. E che riesce a sopravvivere solo nei confortevoli confini del virtuale.
E non può neanche sostenersi sul becero presupposto: “Pago, quindi decido“. Nemmeno in questo il digitale può sovvertire le regole di mercato. Nè il prezzo può subire le oscillazioni di umore di una manciata di acquirenti per caso.
Il digitale che diluisce l’intenzione all’acquisto
Peraltro non è insolito registrare un’intenzione all’acquisto a dir poco “ballerina”. Contando sul fatto che dall’altra parte non c’è un’organizzazione, un’azienda né un e-commerce, si sceglie di intraprendere trattative “a tempo perso”, salvo poi tirarsi indietro mezz’ora prima dell’appuntamento per il ritiro dei prodotti con scuse poco credibili.
Come se le persone, nel momento in cui vendono sul web, fossero assimilabili all’Amazon di turno e alla sua potenza di fuoco. E dunque rispondessero alle stesse logiche. Eppure dall’altra parte c’è un essere umano, non un ente astratto al quale non si sente la necessità di rendere conto e mostrare affidabilità.
In questo senso, sarebbe da indagare come si approcciano a questi servizi gli utenti che ne usufruiscono lato acquirente: se animati dalla ricerca di un prodotto ben preciso o piuttosto se votati allo scroll annoiato, cercando un’occasione che potrebbe servire ma anche no, un oggetto di cui non si ha reale bisogno ma che se ottenuto con 10 euro di sconto è comunque capace di provocare un qualche astruso piacere.
Perché internet non deve assomigliare a una distopia
Ed è qui che risiede l’errore umano che sembra inquinare trasversalmente tutti i servizi resi possibili dal digitale: prendere ciò che nel reale è inammissibile e pretendere di rifilarlo con violenza nei confini del virtuale e farlo diventare prassi. O al contrario: prendere ciò che di buono, innovativo e irripetibile esiste sul web e piegarlo per adattarlo a ogni contesto, a qualsiasi costo.
E così la possibilità di comunicare in qualsiasi momento e ovunque si trasfigura nel diritto di dire ogni bestialità, offese e minacce comprese. L’opportunità di aggiungere un nuovo livello alla sfera dell’intimità si disintegra nel ricatto e nella cattiveria.
E sì, anche la disponibilità di reperire offerte su tutto il territorio nazionale e globale passa dal filtro distorto dell’utente 2020 che tenta di tramutare il mercato virtuale tra privati in una sorta di Far West digitale, selezionando con chirurgica oculatezza le regole del reale che fanno comodo fino a pretendere che valgano solo quelle. Anche se totalmente inapplicabili al contesto.






















