PURO
PURO

Tredici (13 Reasons Why): perché la seconda stagione merita di essere vista

Ci sono serie televisive che ti prendono e altro che binging: rimani attaccato allo schermo bramando la scena successiva. Questo era accaduto con la prima stagione di 13 Reasons Why (Tredici nella versione in italiano) e altrettanto è avvenuto con la seconda disponibile su Netflix dal 18 maggio.

Per comprendere le 13 nuove puntate è necessario avere visto e ricordarsi piuttosto bene le prime 13, che avevano per protagonista le cassette audio lasciate da Hannah Baker (l’incantevole Katherine Langford) per spiegare le ragioni (13, per l’appunto) del suo suicidio.

La seconda stagione è ambientate nel mondo post Hannah, con i suoi amici ancora in stato confusionale alla ricerca di un equilibrio proprio e di comunità. Il personaggio pivot è sempre Clay Jensen (Dynal Minnette), paladino e artefice, eroe e antagonista, sospinto nelle sue azioni spesso nevrotiche dall’amore contrastante e iroso verso Hannah.

Gli altri personaggi ruotano ancora una volta attorno a questo binomio Clay-Hannah, quasi trasformando i due personaggi in una sorta di alter ego l’uno dell’altro. Come se Hannah fosse la parte femminile di Clay, che a sua volta rappresenta il coraggio e la determinazione a salvaguardarsi di Hannah. Il rapporto tra i due è così stretto che la rimpianta defunta si reifica nell’immaginario di lui, addirittura in una sorta di impersonificazione concreta dei suoi ragionamenti. Ma non diciamo oltre per non snaturare alcuni colpi di scena.

Gli altri protagonisti rimangono sostanzialmente invariati, seguendo però il filo logico degli accadimenti della prima serie. Il nemico giurato continua a essere il ricco e intoccabile Bryce (Justin Prentice) attorno al quale si sgretola progressivamente la confraternita di sodali appartenente alla squadra sportiva. Alla fine il suicidio di Hannah provoca un’onda d’urto che fa esplodere o implodere le coscienze e crea una selezione tra chi comprende l’enormità e la portata dal fatto e chi, invece, si trincera nella sua superficiale anemia sentimentale alimentando il proprio orgoglio e l’autoreferenziale ricerca di dominio e potere.

E poi c’è il tema del segreto, ossia di un continuo innalzamento di cortine fumogene e di sotterfugi per nascondere agli occhi dei genitori e degli adulti le sofferenze e gli errori dei ragazzi. Ancora una volta, questa nebbia costante e i misteri che aleggiano intorno a certi fatti contribuiscono a dare vita a un panorama di apparenza costruita, nel quale gli adolescenti scavano una profonda trincea di solitudine in perenne debito di comprensione. Tentano poi di allearsi e supportarsi tra loro ma per sfiducia nei genitori più che per reale necessità: soli ma insieme, cercando sponde per non affogare in se stessi.

Gli autori sono andati ad affondare le mani nel classico pretesto della società perfetta, almeno esteticamente, che però cela brutali, spaventosi e indicibili segreti. Un ecosistema sotterraneo di vicende che non devono emergere e che, soprattutto, sono liquidati con del sano perbenismo alimentato dal più classico “non voglio sapere”.

Ebbene se i personaggi possono permettersi di eludere la verità oggettiva dei fatti, lo spettatore è invece portato per mano nei meandri di questo mondo sotterraneo e messo davanti alla nuda verità: l’obiettivo degli autori è togliere il velo al quadro di Dorian Gray per scatenare il dibattito.

Il fatto è che nella nuova serie il suicidio di Hannah diventa la miccia per rappresentare in 13 puntate tutti i problemi di bullismo, prevaricazione, violenza e nonnismo che si vivono nelle scuole americane, ma non solo. Bella la soluzione narrativa speculare alla prima serie. In quella nuova il pretesto per descrivere la realtà è cadenzato dalla causa in tribunale che vede la famiglia Baker in contrapposizione con la Liberty High School. Solo che nella prima serie la realtà aveva solo i colori dipinti dalla voce di Hannah, senza ulteriore contrapposizione fattuale. In questa nuova serie, dalla sbarra dell’aula le varie parti descrivono la loro verità emendando, arricchendo e approfondendo i fatti descritti da Hannah. La vicenda cangia e assume contorni e sfumature ben diverse da come si poteva iniziare, con una costruzione basata sulla visione personale di ciascuno che compone un puzzle ben più complesso e articolato.

La violenza sessuale, anzi la violenza come elemento portante dell’interazione tra le parti a scuola, è il tema centrale. E così si scopre che i fatti raccontati nella primavera del 2017 sono ben più estesi con le integrazioni del 2018, perché le vittime non sono ancora finite. All’interno di questa realtà che si costruisce puntata dopo puntata come fosse un lego, i personaggi si muovono e si alleano, polarizzandosi nelle loro figure prototipali.

Alla resa dei conti, la società è descritta in 13 atti e la violenza è inevitabilmente un elemento cancerogeno ma endemico di ogni struttura sociale organizzata. I buoni sono davvero buoni? I cattivi sono davvero cattivi? Perché entrambi sono pronti a sporcarsi le mani, quando sembra non ci siano speranze, soluzioni e vie d’uscita; oppure come sfogo delle proprie insicurezze e fragilità. Quindi cosa rende differenti i buoni dai cattivi: solo il nostro giudizio o pregiudizio? Sono queste le domande lasciate in sospeso, che (forse) troveranno risposta nella terza serie.

PURO
GAMEPEOPLE
DIFUZED
FIZZ
PALADONE
OTL
CROCKPOT
MYSTERY BOX
SUBSONIC