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Si riapre la questione Tim in relazione all’offerta lanciata (nello scorso novembre) dal fondo statunitense Kkr e tornata di attualità. Dopo il ribasso di ieri in borsa a Piazza Affari per il gruppo guidato italiano dall’amministratore delegato Pietro Labriola, Kkr ha scritto una comunicazione all’operatore italiano nella quale non conferma l’impegno a portare avanti – come era stato invece richiesto nel recente consiglio di amministrazione dello scorso 29 marzo – un’offerta vincolante. Non solo: il fondo statunitense ha rilanciato chiedendo una due diligence che tuttora è stata negata. A fare da sfondo, ma nemmeno troppo, ci sono poi i numeri. Ricordando che il prezzo proposto per azione da Kkr a novembre era stato di 0,505 euro, lo scenario complessivo del mercato risulta decisamente mutato. Le prospettive 2022 per Tim appaiono meno confortanti il che sembra aver indotto gli operatori statunitense a mordere il freno.

Tim e l’operazione Open Fiber

Dall’altro versante per Tim, invece, sembra avvicinarsi l’operazione legata alla rete unica mediante la fusione con Open Fiber. Ma anche su questo fronte – molti analisti hanno già individuato non pochi ostacoli. Le quote azionarie tra i vari attori in campo delineano una sorta di rebus, nel momento in cui il piano per la creazione della rete unica dovesse essere aperto a tutti i player in campo, visto che Kkr (detiene il 37,5% della rete secondaria di Tim), Macquarie (azionista con il 40% di Open Fiber), con Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) che ha in mano del 10% di Tim che del 60% di Open Fiber. Logicamente queste sono ore di febbrili consultazioni per dipanare eventuali veti incrociati e mettere sul tavolo nuovi assetti nella governance, cercando di accontentare i vari soci. A cominciare da Vivendi, che con il 24% controlla l’assemblea straordinaria di Tim.