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Quando si pensa allo sporco e ai germi presenti sui dispositivi mobili, il concetto chiave da tenere bene a mente è “carica batterica”. La cui definizione è: “Il numero di batteri presenti per unità di volume”. E i batteri sono radicalmente diversi dai virus, non sono sinonimi. I virus si riproducono sfruttando un altro organismo, al quale si legano e lo colonizzano, perché fuori da questo ambiente possono sopravvivere per un tempo limitato. I batteri sono microorganismi, sono presenti ovunque (convivono nel nostro organismo in modo per lo più pacifico) e danno origine alle infezioni ma sono indipendenti nella loro vita e riproduzione rispetto all’organismo ospitante. Ecco perché vivono tranquillamente in qualsiasi ambiente.

E i batteri trovano, per esempio, un terreno fertile su telefonini, orologi, chiavi, fitness tracker, auricolari, cuffie, penne, tastiere e mouse, dispositivi personali, vestiti e così via. Si prenda l’oggetto a cui più siamo legati nella quotidianità: lo smartphone. Si tocca più di 200 volte al giorno ma la carica batterica, incredibile a dirsi, è superiore a quella della tavoletta del Wc.

Tipicamente sullo smartphone si trova più dell’80% dei comuni batteri umani, a cui si aggiunge lo sporco raccolto negli ambienti (dall’ufficio ai mezzi pubblici, fino alle polveri della città).

I dieci batteri più diffusi

Nel corso degli anni sono stati individuati e classificati i 10 batteri più diffusi sul touchscreen, ve li elenchiamo in sintesi qui di seguito ma con una premessa: non tutti sono pericolosi o dannosi. Anche entrando in contatto con uno di questi microorganismi non è detto che si contragga una infezione. Non è la fobia a dover guidare la mente, bensì una sana disinfezione e pulizia dei dispositivi personali. Come del resto ci ha insegnato l’esperienza del Coronavirus: la prevenzione è molto più efficace della cura.

Usciamo dalla fase più acuta del Covid-19 con una più chiara percezione di quanto sia importante la pulizia e la cura degli ambienti. Non che fosse terra sconosciuta agli italiani, che nel mondo sono tra le popolazioni più attente alla cura dell’ambito domestico, tuttavia la pandemia ha stabilito una nuova sensibilità verso la presenza di virus e batteri. Ecco dunque che la necessità di pulizia deve estendersi in modo più deciso, strutturato ed efficace anche all’elettronica personale.

Eliminare i batteri dallo smartphone, operazione che con prodotti specifici con luce Uvc oppure con trattamenti all’ozono, è un’operazione che non richiede più di 5 minuti (spesso ne bastano 2 o 3) ma determina un incremento efficace della difesa sia personale sia verso altre persone, come per esempio i bambini che toccano e usano il device.

Un’operazione fondamentale che elimina anche i seguenti batteri dalla raffinata scocca dello smartphone:

  • Pseudomonas aeruginosa: batterio molto aggressivo e che spopola sui touchcreen;
  • Clostridium difficile: è tra i più persistenti su tablet e smartphone e non si debella con una passata di panno; può provocare irritazione al colon;
  • Staphylococcus aureus: è sul 52% dei cellulari e può provocare infezioni alla cute;
  • Stafilococchi coagulasi negativi: presente in media sul 15% dei cellulari e determina vari tipi di infezioni;
  • Streptococco: sui dispositivi personali si trova quello di tipo A, responsabile di faringo-tonsilliti, e quello di tipo B, che può causare una vasta gamma di infezioni (si annida nelle impronte lasciate dalle dita);
  • Escherichia coli: è un batterio intestinale umano necessario al processo digestivo e che appartiene alla fase fecale; può determinare conseguenze non divertenti (dal nome di questo batterio deriva la dicitura colite);
  • Coliformi: di solito presenti in piante, terriccio e feci e potrebbe essere sintomo di contaminazioni più pericolose;
  • Lieviti: diffusa la Candida albicans, responsabile di infezioni al cavo orale e alla vagina;
  • Muffe: sono sul 10% degli smartphone e se inalate, con il tempo, possono causare difficoltà respiratorie.

Dai batteri ai virus

I virus, come detto, sopravvivono ma per un tempo limitato fuori da un organismo. Dunque si appoggiano alle lucide superfici dello smartphone, o di altri dispositivi, e rimangono infettivi per una manciata di minuti. Si prenda il caso del Covid-19: sopravvive sulle superfici per un tempo tra 2 secondi e 3 minuti, a seconda della temperatura, del grado di umidità e del tipo di materiale.

Sono quindi un ulteriore elemento da tenere conto quando si osservano gli oggetti personali e ci si rende conto che sono un veicolo tutt’altro che “pulito”. Tanto per dare un’idea, ecco la top ten dei “nascondigli” preferiti da virus e batteri:

  1. animali domestici
  2. soffione della doccia
  3. contenitori del sale e del pepe
  4. carrelli del supermercato
  5. spicchi di limone nelle bevande
  6. aerei
  7. telecomando in albergo
  8. scrivania in ufficio
  9. computer in ufficio
  10. smartphone

Questo elenco amplia ulteriormente il raggio d’attenzione sull’effettiva necessità di mantenere puliti adeguatamente un ampio di oggetti: non solo smartphone ma anche accessori, wearable, tastiere, mouse, alimentatori, cavi, zaini, tablet, ebook reader, smart watch, dispositivi per il fitness, unità Usb, fotocamere, agende, penne, chiavi e via discorrendo.

Pulizia “umida” dei dispositivi

Come si evince da quanto detto finora, il 100% degli smartphone, se testato, risulterebbe positivo alla presenza di batteri e forse di virus. Il solo modo per avere la garanzia che questo oggetto, così come gli altri elencati, sia non solo pulito ma anche incapace di veicolare la diffusione di microorganismi è agire con metodi opportuni.

Verrebbe immediato pensare di ricorrere ai liquidi ma non sempre è una buona idea. Per prima cosa il dispositivo deve essere resistente all’acqua; per seconda cosa, anche nel qualora fosse trattato per resistere agli spruzzi non è detto che sia altrettanto pronto ad accettare il contatto con sostanze ad alto livello di acidità (alcol, candeggina ed equivalenti).

Di più: l’utilizzo di questi disinfettanti, anche a bassa gradazione di acidità, possono rovinare il trattamento delle superfici. Si prenda il caso degli smartphone: molti touchscreen sono trattati per essere oleofobici, quindi non mostrare le ditate (è il caso degli iPhone, per esempio). L’uso di liquidi di pulitura può contribuire a togliere rapidamente questa superficie protettiva. Per non parlare dei contatti elettrici in corrispondenza di porte Usb e jack, la fragilità delle membrane degli speaker e microfoni e le giunture tra i vari materiali (alluminio, vetro e plastica).

Il modo più sicuro non è quello di spruzzare direttamente i liquidi sul device ma affidarsi ad apposite salviette imbevute o equivalenti. È un metodo adatto se ci si trova in mobilità, ma non è così affidabile e comunque è sempre meglio non sollecitare i dispositivi con trattamenti non previsti.

Pulizia “a secco” degli smartphone

Il metodo migliore, più preciso e completo per attuare una sterilizzazione di qualità superiore è rappresentato dai dispositivi a luce Uvc e gli ozonizzatori. Questi prodotti studiati appositamente per ospitare oggetti personali di varie dimensioni raggiungono effetti battericidi senza paragoni; in più non generano alcun tipo di rischio o conseguenza per i dispositivi trattati.

Sterilizzazione a raggi Uvc a 280 nm

La maggior parte di questi accessori sono costituiti da scatole con dimensioni variabile: da quelle con ingombro paragonabile alle confezioni degli smartphone fino a vani grandi come i cesti per le librerie dell’Ikea.

Esistono anche modelli portatili, grandi quanto un telecomando oppure estendibili per i tessuti, gli abiti e le superfici più grandi (cuscini, sedie, scrivanie e così via). In questa scatola di sterilizzazione si mette l’oggetto da trattare e si attendono tipicamente dai due ai cinque minuti per ottenere un trattamento che rasenta la perfezione (oltre il 99,9% di eliminazione di batteri e virus).

I metodi a “secco” sono principalmente di due tipi:

  • raggi Uvc: adottano lampade a luce ultravioletta con lunghezza d’onda corta (da cui “c”) pari a 280 nm (più è corta, più è efficace). Ha effetto germicida perché modifica il Dna o l’Rrn dei microorganismi e quindi impedisce loro di riprodursi o di essere dannosi. Elimina batteri, virus, spore, funghi, muffe e acari. L’Uvc è dannoso anche per l’uomo, ecco perché non bisogna in alcun modo che l’irradiazione luminosa colpisca pelle e occhi;

Sterilizzazione a ozono O3
  • ozono: la formula chimica di questo gas è O3, ossia tre atomi di ossigeno che si ottengono colpendo l’ossido di ossigeno (O2) presente nell’aria con una scarica elettrica, che separa i due atomi di ossigeno che possono poi essere ricombinati con altri O2 per formare l’ozono. È dunque dannoso se inalato dall’uomo. Mentre quando tocca le superfici degli oggetti uccide all’istante batteri, spore, virus, fungine, muffe, germi, parassiti. Nel processo usa un solo atomo di ossigeno, gli altri due rientrano nell’atmosfera. Per la cronaca, il Ministero della Salute italiano riconosce i sistemi a ozono come presidio naturale ed efficace per la sterilizzazione di ambienti e oggetti. Questi dispositivi sono di solito ambientali per stanze ma si trovano anche scatole per trattare dispositivi personali che sommano ozono e raggi Uvc.

La parola all’esperto di accessori

Per capire meglio come scegliere le soluzioni migliori a seconda delle esigenze, abbiamo contattato Area Spa specializzata in accessori per dispostivi mobili, auto e ricambi guidata da Amerigo Bertolini, erede del fondatore storico dell’azienda con sede a Reggio Emilia.

Area ha di recente varato una gamma completa di sterilizzatori Uvc, a ozono e con tecnologie ibride. La gamma comprende una dozzina di modelli per qualsiasi esigenza: dalla mobilità, fino all’ambiente domestico e all’ufficio.

Ci siamo fatti spiegare per filo e per segno in questo video qui di seguito come funzionano queste tecnologie, quali sono i prodotti disponibili e l’importanza di scegliere il modello giusto. A parlare è Luca Affini, General Manager Marketing & Sales di Area.