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Se dovessero chiedermi tre aggettivi per descrivere il candidato ideale che vorrei all’interno del mio team di lavoro, risponderei senza esitazione: coinvolto, adattabile, e bravo a risolvere i problemi. In realtà sono tante le competenze soft (le cosiddette “soft skill”), relative cioè all’aspetto umano, che stanno emergendo come le più potenti e ricercate nell’era digitale e ipercinetica, del data driven, e del fisicamente distanziato. La mia classifica personale va a coinvolgimento, adattabilità e problem solving, come skill in grado più di altre di fare la differenza in un contesto di lavoro di team. Steve Jobs, in uno dei suoi celebri discorsi, disse: “Il tuo lavoro riempirà gran parte della tua vita: l’unico modo che hai per esserne soddisfatto è di farlo bene. L’unico modo che hai di farlo bene, è amare ciò che fai”.

Le persone coinvolte, motivate, e appassionate si riconoscono perché sono quelle che riempiono le riunioni con domande, commentano, ascoltano, sono curiose e cercano sempre di sciogliere i dubbi. Amano ciò che fanno, il loro entusiasmo traspare ed è spesso contagioso. Lavorano bene e portano valore al team, perché diffondono energia, non si lasciano abbattere e la loro determinazione li spinge a non mollare, nemmeno nei momenti di stress e difficoltà.

Poi c’è l’adattabilità. Essere adattabili significa accettare che l’unica costante è il cambiamento. Una persona adattabile non teme di cambiare idea, se i dati e le informazioni recepite oggi rendono le decisioni di ieri sbagliate o superate. L’ultimo anno è stato di estrema discontinuità, e ha sottolineato il valore dell’attitudine a plasmarsi su uno scenario che muta rapidamente. Essere pronti a rimettere tutto in discussione, a tornare sui propri passi e a ricominciare daccapo, quando ci rendiamo conto che stiamo andando nella direzione sbagliata, non è una debolezza, ma un punto di forza.

Penso all’esempio di un team marketing che ha ideato e pianificato una campagna pubblicitaria per aumentare le vendite di un prodotto o servizio su una determinata audience. Oggi le piattaforme di marketing automation mettono a disposizione in tempo reale una gigantesca quantità e tipologia di dati sull’andamento di una campagna. Se dalle analisi emerge che il nostro target non sta reagendo come ci eravamo aspettati, il marketing manager ha gli strumenti per correggere il tiro immediatamente, modificando il copy o i canali digitali, ottimizzando il ritorno dell’investimento mentre l’iniziativa è ancora in corso.

Una professionista adattabile leggerà avidamente e con curiosità gli input e le informazioni che gli arrivano sia dall’interno dell’azienda, sia dal mercato, e accetterà di cambiare repentinamente direzione, se la pianificazione strategica iniziale non si adatta più allo scenario in corso.

La terza caratteristica chiave di un candidato ideale è l’attitudine a risolvere i problemi, indipendentemente dalla complessità degli stessi. Oltre dieci anni fa, durante uno dei miei primi colloqui di lavoro, la manager selezionatrice mi domandò: “Quante pizze stanno sfornando in questo momento a Milano?”

Il senso della richiesta era valutare il percorso logico attraverso il quale avrei approcciato il problema per arrivare alla soluzione. Le elencai gli elementi da considerare: il numero di abitanti di Milano, il numero di pizzerie, la stagione, i picchi di consumo durante il weekend e nei diversi orari della giornata, e così via. Qualche giorno dopo chiesi a una cara amica – una delle persone che reputo più in gamba nell’affrontare e gestire situazioni complesse – come avrebbe risposto alla manager se fosse stata al mio posto.

Mi disse: “Le avrei detto di cercare su Google”. Oggi probabilmente questa sarebbe la risposta più scontata per tutti, ma tredici anni fa non lo era. La mia amica, in modo istintivo e immediato, aveva individuato la strada più semplice e veloce che in pochi secondi l’avrebbe portata a dare una risposta precisa e corretta, mentre io col ragionamento logico ci avrei messo più tempo e fatica per arrivare a un valore stimato e probabilmente lontano dal numero esatto.

Viviamo un momento storico dove le difficoltà sono cresciute in modo esponenziale, e mai come oggi sono rare e preziose le persone che sanno semplificare il complicato. L’atteggiamento del problem solver è propositivo e tranquillizzante. Di fronte a una situazione stressante e che sembra senza soluzione, sentire affermare “Sì, la risolviamo” già di per sé rilascia endorfine. L’abilità nel risolvere i problemi non risiede quindi solo nella oggettiva capacità di districare nodi non districabili, quanto nella convinzione di potercela fare, nel cosiddetto “Can do attitude”.

La classifica delle tre top skill è completa, ma in ogni premiazione che si rispetti, serve un bel podio sul quale far salire i campioni e ostentare coppe e medaglie.

Il podio, metaforicamente parlando, è un’altra competenza fondamentale: lo storytelling. La capacità di comunicare, trasferire i messaggi chiave, raccontarsi per quello che si è professionalmente, con i propri talenti soft che completano il curriculum vitae, è condizione indispensabile per risultare efficaci in qualsiasi processo di selezione professionale. Insomma, le competenze morbide è necessario averle, ma anche evidenziarle in modo forte e chiaro fin dal primo colloquio, perché, come ripeteva spesso un mio capo citando Oscar Wilde: “Non esiste una seconda opportunità di fare una buona prima impressione”.