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Vi sarà capitato di sentire parlare degli smartphone gaming. Ossia di configurazioni super “pompate” di dispositivi che dovrebbero esaltano al massimo, spesso senza alcun impatto effettivo, alcune caratteristiche tecniche per giustificare a tutti i costi l’idea di base che sono nati per il gaming. Che poi il gaming su smartphone è totalmente differente da quello per computer, giusto per fare un esempio e un parallelismo.

I giochi per pc subiscono un’evoluzione grafica costante nel tempo perché sfruttano le capacità di calcolo e le innovative funzioni di rendering delle Gpu. Dunque, la parte hardware (ossia la scheda grafica) e quella software (il gioco) si trainano nell’innalzare la richiesta di specifiche hardware competendo tra loro per complessità e generando così l’evoluzione della specie. Sugli smartphone vince l’instant gaming, la modalità semplice, i giochi che davvero mettono a dura prova l’hardware sono così pochi che basta un modello premium o flagship per ottenere il massimo, tanto dal gaming quanto dal multimedia.

L’evoluzione sui dispositivi mobili

Questo perché sugli smartphone i giochi non esibiscono velocità di evoluzione grafica paragonabile al mondo pc o console. In ogni caso, costruire uno smartphone significa attingere a un insieme definito di elementi. La capacità del brand è quella di restituire un’esperienza di utilizzo tale da differenziarsi rispetto agli altri. Oppure di offrire funzioni uniche, che intercettano realmente una domanda dei consumatori. Ebbene, il gaming è una pura etichetta marketing, non certo una categoria nonostante ci si sforzi di renderla tale.

Per un motivo: lo smartphone gaming di turno avrà specifiche hardware speculari, se non identiche, a quelle di un modello flagship, solo estremizzate per sostanziare il posizionamento d’immagine e di percezione.

Smartphone flagship? Allora è già anche gaming

Qualsiasi smartphone flagship attuale o non più vecchio di 12 mesi che monta uno Snapdragon 865, 870, 888 o 8 Gen 1 oppure 765G, 778G in poi ed equivalenti (quindi delle ultime due generazioni) e dispone di 6 GB è capacissimo di fare girare qualsiasi titolo scaricabile da Google Play, persino con una fluidità più che accettabile per non dire soddisfacente. Certo, passando a configurazioni con Snapdragon 865/888 oppure Exynos 2100 (o superiori) con almeno 8 GB se non addirittura 12 GB si è raggiunto il massimo esprimibile da uno smartphone. A ciò si aggiunga uno storage da almeno 128 GB e una sezione audio curata e si sono soddisfatte tutte le caratteristiche per giocare ai massimi livelli.

Si dirà, e il display? Ebbene, anche qui oltre i 6,5″ ormai sono tutti a 90 o 120 Hz. La generazione di touchscreen montata sugli smartphone più recenti (dal 2020 in poi) operano stabilmente a 120 Hz: andare oltre non serve a nulla, il marginale di guadagno tende allo zero.

Poi certo c’è la batteria ma basta un accumulatore da almeno 4.500 mAh (sono ormai uno standard la ricarica veloce e “gentile” sulla batteria per non stressarla), che è una dotazione consolidata sui flasghip. Così come è ormai standard il sistema di raffreddamento a camera di vapore. Con l’adozione dei processori a 5 nm (anche i più datati come Apple A14, Snapdragon 888, Samsung Exynos 2100, Huawei Kirin 9000) si ottiene una migliore efficienza energetica, prestazioni superiori e i brand hanno anche ottimizzato la dissipazione di calore.

Insomma, se avete uno smartphone flagship di nuova generazione o anche di due generazioni fa avete già in mano, di fatto, uno smartphone definito gaming ed eventuali modelli dedicati hanno solo un’impronta estetica (design, loghi e così via) e marketing autoreferenziali, del tutto inutili all’atto pratico. Sono frutto più delle convinzioni interne alle aziende più che di un riscontro di mercato. Sì, perché i consumatori danno peso alle solite tre caratteristiche di base: autonomia, fotocamera, display. A cui si aggiunge il grande elemento discriminante: il prezzo.

Il contraltare è rappresentato dall’ottimizzazione software e dalla nicchia di mercato. Sul primo fronte, ormai tutti i produttori Android a partire dalla fascia premium (oltre 500 euro) fino alla flagship (oltre mille euro) prevedono il supporto integrato al gaming, che configura Android affinché siano azzerate le distrazioni e l’hardware operi al massimo delle potenzialità.

L’utente predilige l’instant gaming

Sulla nicchia di mercato, esiste certo, è piccola. Ma allora spingiamo oltre il ragionamento ancora una volta intercettando la dinamica reale di mercato, non quella ipotetica. Se si cerca un vero smartphone gaming, la vera scelta per profondità dell’offerta (sia dall’app store sia per il programma Arcade) e per prestazioni è rappresentata dall’iPhone. Provate a sfogliare i titoli presenti per iOS e a giocare con un 12 Pro o Pro Max e ne riparliamo.

In Android, ribadiamo, se avete in mano un flagship avete un modello gaming fatto e finito. Chi vi scrive li accende e prova tutti e vi può assicurare che la resa con i giochi, tutti quelli che propone Google Play è entusiasmante. Che poi basta scorrere la classifica per rendersi facilmente conto che gli utenti si divertono con i passatempi più semplice e “no brain”; i titoli più complessi e costosi sono per pochi appassionati. I quali, per completare la configurazione del loro Android flagship, possono orientarsi nei negozi online e fisici per trovare accessori dedicati e universali per il gaming, anche al fine di riprodurre l’esperienza di comando simil-joypad attraverso appositi cradle.

Concludendo il mobile gaming non ha nello smartphone il fine ultimo, ma il mezzo per accedere al catalogo. E dato che in Android il catalogo è uguale per tutti e che gli utenti (dati 2020) prediligono l’instant gaming, si deriva il fatto che data una configurazione di alto livello la resa sarà più che soddisfacente. Tutto il resto è sovrastruttura comunicativa.