NIKON
OPPO

Origin, il colpo di scena mancato di Dan Brown

Di Dan Brown ho iniziato a leggere i suoi romanzi ancor prima che venisse tradotto in Italia a partire dal Codice Da Vinci. Ho conosciuto Langdon all’interno di un paperback low cost trovato in una rastrelliera di una libreria in un aeroporto statunitense una dozzina di anni fa, e da allora ho atteso con ansia l’arrivo dei nuovi libri. Forse pochi sanno che il Codice in realtà non è il primo libro con protagonista il celebre Professore, bensì il terzo; gli altri (per esempio, Angeli e Demoni) sono antecedenti all’avventura incentrata su Da Vinci. E poi ce ne sono vari altri con altri personaggi (penso ad esempio a Deception Point). Tutto questo per dire che ho atteso Origin come una bombola d’ossigeno, dopo la mezza debacle di Inferno e soggiogato dalle numerose informazioni serpeggiate nei mesi precedenti alla pubblicazione su un “ritorno” all’intrigo e all’intrico della penna brownesca.

Purtroppo è stato al di sotto delle attese. Purtroppo, Origin non è un bel romanzo. Partiamo dai lati positivi. Le ambientazioni sono suggestive, tanto descritte bene che viene subito voglia di prenotare un viaggio verso Bilbao o Budapest non appena finito il capitolo in cui si narra delle vicende in quelle città. Come al solito Dan Brown è bravissimo nel tratteggiare personaggi (per quanto Langdon inizi a risultare macchiettoso nella sua onniscienza) e scenografie; in questo volume è stato meno attento alla trama. Si sfogliano avidamente le pagine cercando il colpo di scena che non arriva mai. Cercando anche solo una boutade che faccia sterzare di colpo la storia e accelerare la lettura. Il finale, per i più avvezzi a questo genere di storie, si può bene intuire senza fallo già a un terzo della lettura.

Come se Brown avesse scelto più che un libro per conquistare, un libro per tranquillizzare basandosi su struttura e stilemi noti. Questa l’ossatura: meglio affidarsi al collaudato e costruire una muscolatura che faccia ragionare. La muscolatura non è tanto imperniata sulle vicende di Langdon, quanto è incentrata sulla religione e le mitologie o le realtà ad esse legate. In ultima analisi, è un libro che tenta di portare il lettore a un nuovo livello di sensibilizzazione sul tema scienza/religione e sui presupposti dell’uno o dell’altro campo. Il fatto è che sembra sempre sul punto di rivelare qualche realtà grandiosa ma che in realtà non c’è mai niente di stupefacente, di nuovo, di strabiliante. Come un continuo coito interrotto nel rapporto morboso che si crea tra scrittore e lettore.

Come se a Brown fosse mancato il coraggio di sfidare chi legge stracciando il velo del politically correct e del perbenismo che ha avuto con il Codice, andando a far ribollire il sangue e a scardinare le certezze più intime. Alla fine la scelta è stata di non sbilanciarsi mai del tutto, in una sorta di ignavia verbose, togliendo quell’ultima avara speranza di accendere l’avidità di fare scorrere rapidamente le parole. Non sempre tentare di fornire al lettore ciò che vuole funziona, come in questo caso. Il risultato è un buon libro, scritto e tradotto bene (seppure con qualche ripetizione di troppo), con un forte accento sul déjà vu e che mette il lettore in un habitat ovattato, noto, ma di fatto incolore nel suo schematismo già sperimentato. Ben lungi dal Codice. Alla fine ci si chiede: e quindi?

[amazon_link
asins=’8804681969,8804667249,8804678763,8804667257,8804675055,8804667222,8804665378,880462793X’ template=’ProductCarousel’ store=’igizmo74-21′ marketplace=’IT’ link_id=’26e3f520-d103-11e7-9dd5-8fd5ed23ff8f’]

OPPO
GAMEPEOPLE
DIFUZED
FIZZ
PALADONE
OTL
CROCKPOT
TOPPS
SUBSONIC