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Il moderno spirito donchisciottesco è più ispirato dal mancato approfondimento e dall’inseguimento di stereotipi. Così ecco che il Garante della privacy tedesco ha “ordinato” a Facebook di interrompere la raccolta dei dati degli utenti tedeschi attraverso WhatsApp. Dopo che in Germania è stato affermato con assoluta certezza che il tentativo della società di Mark Zuckerberg consiste nel sostanziale obbligo imposto agli utenti di accettare gli aggiornamenti alla privacy (vi abbiamo spiegato qui cosa cambierà). Imposizione che di fatto è definita “non legale”.

A sollevare la querelle è Johannes Caspar, a capo dell’autorità per la privacy di Amburgo, che ha emesso un divieto di emergenza di tre mesi con cui vieta a Facebook di continuare la raccolta dei dati. Ha anche chiesto a un gruppo di specialisti in raccolta dati della UE di agire ed emettere una sentenza di blocco in tutte le 27 nazioni. Motivo: i meccanismi di raccolta dei dati non sarebbero validi perché sono non trasparenti, incoerenti ed eccessivamente ampi.

Spiega Caspar: “L’ordine mira a garantire i diritti e le libertà di milioni di utenti che stanno accettando i termini in tutta la Germania. Dobbiamo prevenire danni e svantaggi legati a tale procedura di tipo black box”. Con black box si intende un qualcosa che si verifica con opacità, con poca trasparenza e in modo incontrollato e indefinito per l’utente. Peccato che non sia esattamente così.

Facebook e le modifiche privacy a WhatsApp

Sotto accusa ci sono le modalità con cui Facebook (che controlla oltre all’omonimo social anche WhatsApp e Instagram) traccia e raccoglie i dati di navigazione dell’utente al fine di proporre informazioni pubblicitarie personalizzate. Quest’ultimo è alla base del modello di business dei social che rimangono gratuiti. Come nel caso della diatriba tra Facebook e Apple (che vi abbiamo spiegato in questo articolo), in mancanza di questa raccolta dei dati potrebbe venire a mancare la sussistenza di gratuità d’accesso alle piattaforme. O questa è la minaccia velata del social guidato da Mark Zuckerbgerg.

Tuttavia per i nuovi termini di privacy che Facebook adotterà in WhatsApp dal prossimo 15 maggio sono state create pagine di approndimento su come e cosa cambierà. Come vi abbiamo già descritto in questo approfondimento.

Tant’è che la risposta ufficale del social all’Authority tedesca è piuttosto chiara: le affermazioni di Caspar sono state definite “sbagliate”. Inoltre, l’ordine non interromperà l’introduzione dei nuovi termini. Come è giusto che sia, dato che si tratta di una piattaforma privata che rispetta le norme e aggiorna la privacy peraltro nell’ambito del Gdpr come espressamente spiegato nelle pagine di supporto di WhatsApp.

L’Authority sbaglia mira?

Ancora Facebook spiega che l’azione del regolatore è “basata su un malinteso fondamentale” dello scopo e dell’effetto dell’aggiornamento. Secondo la teoria di Caspar, Facebook potrebbe già gestire ingiustamente i dati. Di più, ha affermato che è importante prevenire l’uso improprio delle informazioni per influenzare le elezioni nazionali tedesche di settembre. Il tutto proponendo nuove condizioni di utilizzo “non chiare, fuorvianti, confusionarie e contraddittorie”. Le abbiamo lette e non ci è sembrato così, anzi. Le trovate in questa pagina: https://igizmo.it/whatsapp-aggiornamento-privacy-2021-cosa-cambia-dal-15-maggio/

Quest’ultima posizione è un eccesso di foga, perché se così stanno le cose vanno dimostrate, ma manca proprio il sostegno alle ipotesi, e soprattutto vanno applicate a tutte le realtà che operano in modo simile in Germania e in Europa. Ma proprio tutte. E invece è sempre più comodo prendere di mira i capri espiatori classici, magari incanalando il proprio protagonismo in un filone già consolidato sui social.

Per la cronaca, così come spiega espressamente WhatsApp, se non si è d’accordo con i nuovi termini di gestione della privacy si può evitare di aggiornare l’app e di usarla in modo limitato. Nulla obbliga di usare una piattaforma privata che stabilisce i suoi termini d’uso nel perimetro delle normative vigenti. Troppo spesso ci si dimentica che le app a cui ci siamo abituati non sono né gratuite (perché “pagate” con i nostri dati e il nostro utilizzo), né obbligatorie e dovute. Se si sceglie di adottarle, si sceglie anche di sottostare alle condizioni d’utilizzo purché siano congrue con le leggi esistenti. Il resto, soprattutto da una Authority, è pura chiacchiera.