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Inflazione giù nell’Eurozona: i tassi di interesse no. I consumi galleggiano, Nasdaq da record con le Big Tech

L’inflazione nell’Eurozona: nel mese di giugno (alla chiusura del promo semestre e all’inizio del secondo) è stata del 2,5%. Previsione rispettate. Ma niente da fare. Il secondo taglio dei tassi d’interesse, ossia del costo del denaro, quello che incide sulle tasche dei consumatori – inibendone la spesa – è rimandato. Parola del presidente della Bce, Christine Lagarde che, nel vertice ECB di Sintra (in Portogallo) alla presenza del collega della Fed Usa, Jerome Powell, ha fatto prevalere la solita stucchevole cautela. Il che produce l’ennesimo passaggio di transizione, svuotato di coraggio e fiducia, di quelle componenti di cui ogni business ha bisogno, sia sul lato delle imprese, sia su quello dei consumatori.

La ritrosia ad allargare i cordoni del costo del denaro continua così a impattare i consumi che galleggiano, anziché riprendere fiato, anche nel settore delle nuove tecnologie. Che, di contro, sui mercati finanziari continua a stupire e a inanellare record su record. Ieri, a chiusura della seduta del 2 luglio, nuovo record per il Nasdaq (la piazza dei titoli tecnologici), che ha infranto la soglia dei 18.000 punti, dove furoreggiano le Big Tech. Protagonista è stata Tesla, la company di Elon Musk (titolo in rialzo del 9%) che ha battuto le attese degli analisti, consegnando nel secondo trimestre oltre 446.000 vetture elettriche, nonostante una flessione di quasi il 5% rispetto allo stesso periodo del 2023. Ma è evidente che le cosiddette “sette sorelle” (Microsoft, Apple, Nvidia, Google, Amazon, Meta e la succitata Tesla) stanno incamerando incrementi del proprio valore di mercato. E non si tratta solo di finanza.

Tassi di interesse e la mancata visione strategica

In tale scenario che presenta diverse sfaccettature, consumatori e imprese continuano a guardare a Francoforte e Washington (sedi delle banche centrali) alla vana ricerca di una visione strategica. Che invece, ormai è certificato, appare impossibile ottenere. Continua a prevalere una cautela ostinata in sostanza, ma quel che è peggio, in approccio e visione. Anche quando l’inflazione cala i banchieri centrali sono voracemente alla ricerca di altri dati, tendenze, indicatori. Se da un lato appare comprensibile un’azione ponderata – visto che nel 2022 Bce e Fed avevano clamorosamente sbagliato ogni tipo di previsione sull’inflazione salvo poi dover correre alle restrizioni acute di politica monetaria – è acclarato che a mancare in modo anche preoccupante sia una visione strategica di medio periodo. Si vive insomma alla giornata quando ormai il quadro economico si è stabilizzato. Il primo taglio (stitico) in Europa dello 0,25% dello scorso giugno al momento sembra rimanere l’unica fiche spesa nel breve periodo.

L’inflazione, i consumi resilienti e le promozioni che non bastano

A sentire il presidente della Bce e della Fed se tutto va bene nell’Eurozona se ne riparlerà da settembre (sempre che le cose non vadano a complicarsi), mentre negli Usa l’attesa potrebbe prolungarsi ulteriormente (novembre). Queste le parole del presidente Jerome Powell: “Vogliamo essere più sicuri che l’inflazione stia scendendo in modo sostenibile verso il 2% prima di iniziare il processo di riduzione della nostra politica restrittiva. Abbiamo fatto molti progressi ma vogliamo solo essere sicuri che i livelli che stiamo vedendo siano una vera lettura di quella che è l’inflazione sottostante. E francamente, poiché l’economia statunitense è forte, abbiamo la capacità di prenderci il nostro tempo e fare le cose per bene. Sappiamo che se interveniamo troppo presto possiamo annullare il buon lavoro fatto finora, ma che se interveniamo troppo tardi, potremmo inutilmente minare la ripresa e l’espansione. Abbiamo rischi su entrambi i fronti ora, più di quanto non avessimo un anno fa, anche se stanno diventando più bilanciati”. Insomma, tutto e il contrario di tutto. Non possiamo e non dobbiamo sbagliare, ma sappiamo che potremmo farlo e che se lo facciamo abbiamo sbagliato. Per quanto non sia facile governare una situazione economica (con risvolti geo-politici da non trascurare) è pur sempre vero che nessuno si è stracciato le vesti supplicando Christine Lagarde e Jerome Powell facessero questo lavoro contro voglia. Il business – per dirla in modo spiccio – ha bisogno di visibilità da parte di coloro che sono chiamati a guidarlo: ciascuno per la parte che deve svolgere. A imprese e consumatori serve una traiettoria: chiara, la più chiara possibile, pur nella sua durezza. Da inizio del 2024 sui consumi stanno pesando i macigni del costo del denaro: la resilienza manifestata non è detto che possa durare o che non abbia in prospettiva un effetto negativo. I risparmi si stanno prosciugando, perché troppi costi continuano a restare elevati. E per sostenere i consumi, non bastano più nemmeno le promozioni selvagge e continuative. Ma a Francoforte e Washington, non la pensano così.

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