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Commentando le novità di Huawei tra wearable, tablet e monitor, non ci si dovrebbe concentrare sull’hardware e sul trito e ritrito ragionamento Stati Uniti/Google/Android. Ne abbiamo parlato per mesi e ora, ritornare sul tema alla luce di quanto detto da Huawei, sarebbe come guardare il dito e non la luna. Lasciate perdere, sono cose già dette, appartenente a un passato che Huawei sta cercando di superare con un nuovo slancio. È finito il tempo di analizzare il brand cinese con il filtro distorcente delle quote di mercato e dell’equilibrio rispetto a Google, inficiato dalle politiche statunitensi e dall’intenzione di contrastare Android. Non è così. Spiace dirlo, tempo di guardare oltre e di vedere un’azienda in profonda trasformazione interna ed esterna. Huawei è diventata una software house: da qui si parta, da HarmonyOS.

L’aveva già annunciato Ren Zhengfei, ve ne avevamo dato immediato riscontro in questa notizia, il fondatore di Huawei: la sua società ha impostato nuovi obiettivi virati in termini di software, ecosistema e IoT. L’hardware diventa un abilitante. Il pivot dell’intera struttura portante strategica e commerciale del brand cinese è HarmonyOS, che Ren lo vuole su 300 milioni di dispositivi entro la fine di quest’anno.

Che, per dovere di cronaca e precisione, non ha “solo” due anni di vita ma è vivo e vegeto da almeno un lustro nei laboratori e nelle sperimentazioni nell’immenso quartiere di Shenzhen, nel sud della Cina a Guangdong a circa due ore di autobus dalla frontiera con Hong Kong. È stata chiarissima Huawei già all’Ifa 2019, quando HarmonyOS ha iniziato a essere centrale nelle conversazioni con i manager italiani e cinesi. In quel tempo, a domanda diretta ci siamo sentiti rispondere: “È un progetto che stiamo sviluppato per il mondo IoT già da qualche anno, sarebbe assurdo che un’azienda come la nostra non investisse in una piattaforma proprietaria”. HarmonyOS non è una novità dell’ultim’ora, era già lì da tempo.

Prima la pugnace amministrazione Trump, poi gli attuali pugni di ferro di Biden hanno fatto da accelerante sulle scelte del brand cinese. Negli Stati Uniti si dice che se la vita di offre limoni, la cosa migliore è farci una limonata. La limonata di Huawei è stata miscelata pezzo per pezzo: prima il framework Hms, poi AppGallery, poi i servizi proprietari, poi i team di sviluppo software a livello centrale in Cina e locale (anche in Italia), infine il coinvolgimento degli sviluppatori.

HarmonyOS e l’ecosistema fluido e semplice di Huawei

HarmonyOS ha due pregi: realizza il sogno di una connettività semplice e senza attriti astraendo dall’hardware specifico; detta una direzione strategica e commerciale al brand, conferendo ordine e vettorialità agli obiettivi di Huawei. La quale, per di più, ragiona sul lungo periodo. Non ha fretta, perché costruire un ecosistema significa aggregare partner, developer e terze parti. E vuol anche dire diffondere la piattaforma ovunque, dai wearable, ai dispositivi mobili, fino alla casa e all’automotive.

Ecco un altro ganglo fondamentale che va preso in considerazione: oggi l’automotive è più importante, per Huawei, perfino rispetto agli smartphone. Lo abbiamo già detto e ribadito, anche perché il brand non ha nascosto le acquisizioni in tal senso e le strategie volte a cimentarsi nel mondo delle auto elettriche a guida autonoma con elevata cifra di connettività. Ancora una volta, indovinate quale è il fulcro di tutto ciò? Ottima risposta, HarmonyOS.

Huawei ha ribaltato il paradigma impostato fino a prima del 2020. L’hardware come fine per proporre funzioni e software. Ora per il brand il software (HarmonyOS) è il fine e l’hardware, qualunque esso sia, è il mezzo per realizzare, aggregare e ampliare l’ecosistema basato sui concetti dell’IoT esteso e ubiquo.

Processori, specifiche tecniche e quant’altro sono il giusto completamento perché l’utente abbia l’esperienza di utilizzo che Huawei si è prefissata con il software: semplice, immediata, iper-connessa. Così è diventata del tutto superflua persino la collaborazione con Leica, che nel frattempo si è coniugata con Sharp. Anche Richard Yu che mostra un profilo del P50 non ha più il senso di motto di rivalsa verso Usa/Google/Android bensì rappresenta la dichiarazione d’intenti che HarmonyOS arriverà ovunque, anche sugli smartphone. Cioè la porta d’ingresso all’ecosistema di Huawei. Lo smartphone ci deve essere (per esigenze di mercato e di brand), ci sarà, ma con un ruolo differente dal passato.

Dunque, si è letto diffusamente del parallelismo con Microsoft e la debacle nel mondo degli smartphone: è sbagliato. Non bisogna paragonare Huawei all’esperienza con i Lumia bensì intonare il brand cinese alle parole di Satya Nadella: “Mobile first”. Con questo motto il Ceo dell’azienda di Redmond ha impostato una strategia agnostica nei confronti dei sistemi operativi e dei dispositivi su cui girano i software e i servizi di Microsoft. In altre parole, la vera sublimazione del concetto di software house.

Lo stesso vale per Huawei. L’importante per il brand cinese è che l’ecosistema sia sempre più appoggiato e animato da HarmonyOS. Google, Android, Apple, iOS e Windows sono addirittura degli alleati che permettono di estendere la connettività 1+8+N che sta costruendo il brand cinese.

Il nuovo corso di Huawei come software house azzera qualsiasi logica di contrapposizione rispetto ai sistemi operativi esistenti. Azzera qualsiasi sospeso con gli Stati Uniti. Porta l’azienda a operare in settori talmente nuovi e avveniristici da essere esenti da logiche e inferenze politiche. L’IoT è di fatto una grande famiglia composta da tanti fratelli diversi. HarmonyOS è aperto a tutti, non è schierato, è agnostico e funziona su qualsiasi tipo di dispositivo. In questo senso, perché Huawei dovrebbe contrapporsi ad altri OS e piattaforme? Meglio allinearsi e allearsi. Su questo orizzonte, si costruiscono strategie commerciali ben più interessanti in un mercato sempre più sfidante. L’esperienza d’utilizzo e l’ecosistema sono i due pilastri del prossimo decennio. Apple l’ha capito. Samsung pure. Adesso anche Huawei. Cioè non basta un’app, o poco più, per gestire di volta in volta questo o quel prodotto o accessorio per realizzare questo complesso e articolato paradigma chiamato “ecosistema”. Come ben dimostra HarmonyOS (che peraltro è solo l’esempio più recente).