DIFUZED

Il prossimo 3 novembre è una data importante non solo per i cittadini degli Stati Uniti ma anche per Huawei. Il primo martedì di novembre del 2020 si terranno le elezioni del Presidente degli Usa: la corsa è tra l’attuale Trump, in cerca del rinnovo del mandato, e Joe Biden, candidato del Partito democratico. Il brand cinese deve sperare che saranno confermate le previsioni e le promesse di questi giorni. Ossia che vinca Biden, il favorito e il più acclamato. I principali trend setter e opinionisti politici statunitensi hanno sottolineato varie volte l’importanza di scegliere il candidato democratico per rilanciare l’economia e “ripulire” la politica dalle derive autocratiche e dagli atteggiamenti di smaccata superbia che hanno contraddistinto la gerenza di Tump.

La sintesi di tutto ciò è nelle affermazioni più recenti di Michelle Obama: “Conosco Joe. Sa cosa serve per salvare l’economia, battere la pandemia e guidare il Paese”. E “Joe” potrebbe rappresentare la panacea anche per Huawei, la cui situazione a causa degli Stati Uniti si sta facendo critica soprattutto nel recente passato.

Si consideri che il bando voluto da Trump a maggio 2019 e i recenti inasprimenti sono stati firmati dal Wilbur Ross, a capo del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti e nominato da Trump. Tutte le azioni relative all’irrigidimento della Entity List, che non permette a Huawei di intrattenere affari con le aziende statunitensi salvo specifiche licenze e autorizzazioni, sono siglate da Ross su indicazione di Trump.

Donald Trump, dal canto suo, agisce nei confronti di Huawei con la più alta dose di esuberanza spocchiosa tollerabile in politica. Certo, il brand è solo un pezzo sull’intricata scacchiera economica su cui si stanno muovendo Stati Uniti e Cina. Tuttavia un pezzo che si muove come una torre sulla plancia dell’innovazione tecnologica consumer (smartphone) e business (5G). E Trump, infervorato da un eccesso di propaganda, sta prendendo di mira proprio tutto ciò che può intaccare il tessuto sociale statunitense e reca una dicitura “made in China”: oltre a Huawei anche Zte, TikTok e WeChat.

Trump: tra questioni personali e propaganda

In modo specifico su Huawei, Trump miscela troppo spesso politica e personalismo. Il Presidente non ha mai superato ciò che ha definito un “affronto”: la scelta del brand cinese di continuare a intrattenere rapporti d’affari con l’Iran, impediti sulla base di accordi internazionali, attraverso società terze controllate da Huawei e che vendevano tecnologia statunitense in suolo proibito dai patti per il blocco economico del Paese mediorentale. A rimpinguare la razione ci ha pensato la richiesta fatta pervenire a Trump a fine 2018 da parte del management di Huawei per facilitare l’ingresso del brand nel mercato statunitense con accordi di distribuzione degli operatori (tramontati al Ces 2019 con il mancato annuncio della partnership dopo 24 ore di fuoco). L’antitesi del doppio canale non è stata gradita dal Presidente, che ha iniziato a prendere di mira l’azienda e a instillare il dubbio sul fatto che gli smartphone e le infrastrutture di rete fossero in realtà strumenti di intelligenze per “spiare” i cittadini americani e creare un “problema di sicurezza” nel Paese.

Le teorie sono sublimate a maggio 2019 con il celebre bando per Huawei, che nei mesi successivi si è declinato nell’impossibilità per il brand di usare i servizi di Google in Android. Il crescendo è stato quasi cinematografico. Per esempio, sotto l’influenza trumpiana molti Paesi (Italia inclusa) hanno limitato o rinunciato a fare affari con l’azienda per la diffusione del 5G. I consumatori si sono trovati con Android open source sugli smartphone e Huawei ha dovuto popolare velocemente lo store proprietario AppGallery con applicazioni basate sulla piattaforma Hms. È ancora aperto il discorso sugli aggiornamenti futuri per i modelli con Android “completo”, che potrebbero essere bloccati perché i rapporti con Google sono forzosamente interrotti a causa del bando. Di recente, Tsmc ha comunicato di avere interrotto la fornitura di Soc per i dispositivi mobili e Richard Yu, Ceo della divisione consumer di Huawei, ha confermato che il Mate 40 sarà l’ultima generazione di smartphone affidati al Soc proprietario Kirin.

Mandatory Credit: Photo by Evan Vucci/AP/Shutterstock (10434333bm) Donald Trump, Sauli Niinisto. President Donald Trump speaks during a meeting with Finnish President Sauli Niinisto in the Oval Office of the White House, in Washington Trump, Washington, USA – 02 Oct 2019

Huawei e l’accesso alle risorse

Sulla scia della necessità di raccogliere componenti sufficienti per produrre smartphone, tablet, pc e oggetti IoT, Huawei ha provato a interporre alcune aziende controllate ma non bandite dall’intrattendere rapporti di business con le controparti statunitensi. Il Dipartimento del Commercio ha quindi esteso la Entity List per inglobare anche queste aziende e impedire a Huawei la raccolta dei moduli hardware e software.

Un altro attore di questo variegato palscoscenico è Michael Pompeo, Segretario di Stato. Ha voluto sottolineare che a Huawei è stato concesso un “ampio periodo” per adeguarsi al bando e creare strutture di approvvigionamento alternativo (come se fosse semplice). Tuttavia “il tempo è ora finito”.

Huawei ora può contare su fragili licenze e autorizzazioni per mantenere un livello minino di supporto nei confronti dei clienti, siano essi utenti e aziende, che si sono affidati ai prodotti del brand cinese. Inoltre sta dialogando con nuove parti, si legga Qualcomm, per cercare accordi di fornitura allo scopo di realizzare le prossime generazioni di dispositivi.

Il fatto è che tutti gli esponenti dell’attuale amministrazione di Trump sono concordi nel ritenere Huawei un potenziale pericolo per la sicurezza interna e sono rapidissimi nell’agire per impedire qualsiasi azione volta ad accedere a tecnologie in orbida statunitense. Un impegno così incisivo che l’unica via d’uscita è sperare che i cittadini americani siano più saggi dei loro politici e scelgano Joe Biden.

È lecito attendersi che Biden cambierà tutti gli uomini che hanno finora accusato Huawei di tentare di aggirare, eludere e circonvenire (sono tutti termini usati dai vari esponenti politici Usa) i bandi commerciali imposti dagli Stati Uniti. La nuova lineup governativa potrebbe essere meno rigida: il fronte intransigente verso i brand cinesi non è né uniforme né compatto. Anzi. A iniziare dalle aziende americane per finire con i politici più avveduti, ci si rende perfettamente conto che non si possono interrompere i rapporti d’affari con un’azienda capace di fare scorrere milioni di dollari nelle casse delle società statunitensi in virtù delle decine di milioni di dispositivi commercializzati ogni anno e di infrastrutture prodotte. I romani dicevano “pecunia non olet”; gli americani hanno fatto di questo detto una ragione di vita. Impedire l’accesso a una generosa fonte di pecunia come Huawei non piace e non è gradito alle aziende made in Usa e lo hanno ribadito più volte.

Se davvero Biden “sa cosa serve per salvare l’economia, battere la pandemia e guidare il Paese”, come dice Michelle Obana, allora il candidato democratico dovrà togliere le incrostazioni inutilmente autoritarie e assolutistiche imposte da Trump e ragionare in termini di economia reale. Dando un segnale forte con Huawei per concludersi con una più distesa e fruttuosa politica commerciale ed estera nei confronti della Cina. Sarebbe un vantaggio per tutti, a iniziare dai consumatori finali che oggi pagano le conseguenze della vezzosità di Donald Trump.