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Google rischia una maxi multa dalla Commissione europea. A rischio l’efficienza di Android

La storia si ripete, anche nella tecnologia. Fuori dal luogo comune, ciò che abbiamo già visto succedere sui computer, si sta riproponendo pari pari sugli smartphone. Nel bene e nel male. In dettaglio, la Commissione Europea si prepara a comminare una sanzione economica record a Google. Si vociferano voci addirittura prossime a 10 miliardi di euro. Un salasso, a carico di Alphabet, la holding che controlla Google, per via della posizione dominante tenuta da Android nel mondo della mobility.

E pensare che la CE aveva già multato Big G nel 2017 per circa 2,4 miliardi di euro in virtù della posizione di dominanza nei servizi legati allo shopping. Anche in questo caso la sua piattaforma si giovava di un criterio di priorità indotto dalla capillare diffusione del sistema operativo per smartphone e tablet e dei browser Chrome. Nonostante ciò “il risultato è stato in nessun cambiamento delle pratiche di business” scrive il Financial Times, il primo a riportare la notizia della nuova possibile sostanziosa multa.

Ma se il sistema di comparazione prezzi made in Mountain View è di fatto un prodotto ancillare nell’offerta di servizi dell’azienda, Android è un perno “core” del business di Google. Non c’è bisogno di essere analisti per comprendere come una piattaforma che è installata su circa l’80% dei dispositivi mobili rappresenti un elemento essenziale di sopravvivenza per Alphabet. Per almeno due ragioni: consente di alimentare il giro d’affari dell’advertising e conferisce a Big G immensi benefici derivanti dal motore di ricerca e dalla vendita di app e contenuti multimediali. E proprio su questa posizione dominante nella distribuzione di servizi si concentrano le attenzioni della Commissione Europea.

Ciò che si contesta è l’impossibilità de facto da parte degli utenti di accedere altrettanto facilmente a soluzioni equivalenti ma alternative a quelle fornite di serie tramite Android. Stiamo parlando di servizi e app predefiniti che non incentivano a ricorrere a strumenti diversi, perché sufficienti a soddisfare le necessità di base degli utenti. Ma ciò configura l’esercizio di una posizione dominante che si trasforma in un vantaggio impareggiabile per chi sviluppa applicazioni alternative a quelle firmate da Google.

Per lo stesso motivo, Microsoft in un’altra era e tempo era stata incriminata dai regolatori europei di non permettere agli utenti di scegliere sui pc con Windows come opzioni primaria Internet Explorer per la navigazione e Windows Media Player per la riproduzione multimediale. Condanna che ha dato vita da una parte al selettore del browser Web, con cui è possibile scegliere e installare altri software in alternativa a quello previsto di serie, e dall’altra la messa in secondo piano di Media Player, lasciando all’utente il compito di scegliere un riproduttore predefinito.

Per Android la faccenda è molto più complessa, perché le app di Google sono elemento sostanziale e portante della piattaforma. E attuare meccanismi simili a quelli imposti a Microsoft significa imporre modifiche molto profonde al sistema operativo. Con anche il rischio di obbligare Google a riscrivere molti servizi di base, andando a perturbare l’esperienza di utilizzo del sistema operativo e, in ultima analisi, il suo corretto funzionamento. Si pensi, per esempio, alla funzione telefonica. È di fatto una app e su Google Play si trovano varie altre soluzioni gratuite. Ma chi si è mai posto davvero il problema di installare un’app per telefonare? E, soprattutto, visto il dilagare di virus e applicazioni fraudolente, chi si fiderebbe?

La questione non è semplice. Nella fattispecie l’azione della Commissione Europea non è nemmeno “amica” dell’utente perché mette i consumatori in un potenziale stato di instabilità. Forse anche per questo la decisione si sta trascinando ed è tutt’altro che agevole. Insomma, chi vorrebbe avere uno smartphone “vuoto” al pari di un computer? Alcuni strumenti di base devono rimanere, non possono essere delegati alla buona volontà dell’utente. Lo scenario nasconde pericoli e crea inevitabili insoddisfazioni. Oltre a mettere i brand in una posizione scomoda, derivante dal dover sopperire alle funzioni tolte da Google e attivando macchinosi sistemi di compensazione.

In fondo, dovrebbero vincere i benefici degli utenti, proponendo mitigazioni efficaci ed efficienti per ristabilire, in un’ottica di bilanciamento complessivo, un margine di competitività per gli sviluppatori di app alternative a quelle standard di Google. Anche perché molte delle istanze portate avanti da Bruxelles portano indubbi e consistenti vantaggi a tutto l’ecosistema.

Quelle che cita il Financial Times sono interessanti. L’istanza relativa alla regola di Big G sull’anti-frammentazione è tutta a vantaggio di utenti e developer, perché rende più sicuro e omogeneo il panorama dell’Os ed evita derive eccessive generate da versioni non ufficiali del sistema operativo. Oltre a garantire agli sviluppatori che l’app funzionerà come previsto sui dispositivi. Il 65% delle unità attive ha una versione di Android vecchia di circa due anni. Creare omogeneità va a vantaggio di tutti.

Altro aspetto messo sotto la lente d’ingrandimento dalla Commissione riguarda il sistema di revenue-sharing legato alle app e ai contenuti. Google ha versato ai partner 2,9 miliardi di dollari nei primi tre mesi di quest’anno, il 60% in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Probabilmente non è così pessima… anche se forse potrebbe essere perfezionata in un’ottica più democratica.

Infine, c’è la grande questione secondo cui i produttori di dispositivi dovrebbero poter essere liberi di installare una suite di app alternative a quelle predefinite da Android. Limitando quindi la possibilità di Google di imporre uno standard predefinito di strumenti. Si tratta di una ipotesi perfetta per i brand più grandi che vivono di ecosistema ma ben poco efficace per i consumatori, che si vedrebbero limitati fin dalla prima accensione. Anche in questo caso si possono trovare regole diverse per rivedere l’equilibrio complessivo, magari incentivando la negoziazione tra Google e i partner oppure riducendo il potere di Big G di “imporre” la presenza di alcune app, quelle magari che offrono vantaggi più iniqui. Si pensi al motore di ricerca predefinito: Google e senza possibilità di modifica.

Quindi la risoluzione europea non potrà limitarsi alla solita multa, ma dovrà eventualmente strutturarsi in un tavolo di negoziazione più ampio e che, verosimilmente, dovrà coinvolgere i brand. Perché saranno loro a rispondere delle limitazioni poste ad Android nei confronti dei consumatori. E, alla fine, i costi derivanti da una minore dotazione del sistema operativo impatteranno proprio sui produttori di smartphone e tablet, chiamati a mantenere il medesimo livello di soddisfazione degli utenti anche successivamente alle decisioni della Commissione europea.

Ma poi, davvero le cose sono migliorate chiedendo a Microsoft di modificare Windows?

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