gestori telefonici
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È un andamento tipico dei mercati ad alta saturazione ed elevata longevità: esaurito l’insieme di consumatori, dunque l’espansione, inizia una lenta ma inesorabile fase di consolidamento. In altri termini, iniziano le acquisizioni e le fusioni tra le aziende che vi operano al fine di traguardare migliori livelli di profitti e scale industriali tali da affrontare con maggiore forza le condizioni competitive. Questo perché i brand in competizione diminuiscono, aumentano le possibilità di integrazione e sinergia e l’insieme di consumatori è suddiviso tra meno società. È un passaggio fondamentale per il sostentamento stesso del mercato di riferimento, che altrimenti finirebbe in una parcelizzazione eccessiva dei fatturati, dunque dei guadagni, a discapito della sostenibilità del business. Sta capitando nel segmento dei gestori telefonici.

Il ragionamento deve comprendere la storia intera dei gestori telefonici dagli albori del sistema Tac al 5G. Il numero di player sul mercato è sempre stato molto limitato: due costanti, ovvero Tim e Vodafone (ex Omnitel). Altri variabili. Prima Wind per salire a tre, poi Blu: durata poco, giusto il tempo per creare scompiglio sulle aste delle frequenze del 4G e innalzare sapientemente i prezzi a vantaggio del cessionario (lo Stato Italiano per mezzo del Ministero della Difesa che, ricordiamo, gestisce le licenze d’uso delle bande anche per la telefonia cellulare). Quasi in concomitanza con l’implosione di Blu c’è stata l’esplosione di Tre, davvero originale nei primi anni 2000 con una proposta ben bilanciata tra piani tariffari che comprendevano il dispositivo non tanto e non solo come gancio per i consumatori. Ma soprattutto come mezzo unico e fondamentale per accedere ai servizi, dalla Tv in mobilità al portale, a Internet ottimizzato e così via.

Con il senno di poi, gli anni degli albori di 3 Italia sono stati gli unici in cui operatore e servizio erano coesi attraverso il device. Ed erano anni nei quali Colao, al tempo alla guida prima italiana e poi europea di Vodafone, tuonava che i gestori telefonici non potevano e non dovevano essere “tubi vuoti” per fornire connettività ad alta velocità in condizioni di mobilità.

A distanza di tre lustri, ci troviamo in questa esatta situazione e in una fase di consolidamento che potrebbe ridurre il numero dei gestori telefonici a quelli effettivamente sostenibili in Italia: non più di tre, forse. La fusione tra Wind e Tre, oggi WindTre, è stato solo l’inizio. La prosecuzione, al tempo poco compresa, si è concretizzata con l’arrivo di Iliad la cui crescita era ben chiaro fosse basata sia su un incremento organico degli abbonati (8,5 milioni secondo i dati più recenti) sia per acquisizione o fusione (M&A).

I movimenti sotterranei ed espliciti, ma per scopi tattici, sono tanti. Si pensi all’offerta di Iliad di inizio 2022 per acquisire Vodafone Italia: 11 miliardi, rifiutati dal Gruppo con sede nel Regno Unito perché ritenuti “troppo pochi”. Intanto, il Gruppo Vodafone sta cercando di scorporare alcune divisioni nazionali, oltre all’italiana anche le sedi spagnola, italiana e tedesca. Mentre Iliad ha in questi giorni fatto pervenire una nuova offerta di 14 miliardi di euro.

Intanto Iliad gioca su due tavoli. Da una parte offre 14 miliardi a Vodafone Italia per acquisire la sede, quindi le infrastrutture di rete. Dall’altra propone tra 600 e 900 milioni di euro per diventare co-intestatario delle infrastrutture 5G di WindTre. Se dovessero accadere entrambe le cose, Iliad sarebbe un fulcro di primaria importanza della telefonia mobile italiana. Si troverebbe immediatamente a essere il primo operatore per numero di abbonati (perché agli 8,5 milioni attuali si aggiungerebbero i circa 30 milioni di Vodafone), ad avere una rete di proprietà sia fissa sia mobile, a essere ben posizionata nel segmento business in cui oggi è assente.

In più avrebbe una accordo di accesso paritetico con WindTre delle reti 5G del gestore. Non solo potrebbe vantare una copertura mobile a banda larga di primaria importanza in Italia. Ma soprattutto avrebbe un ruolo di pivot tra i due operatori unico nel suo genere. Difficilmente le due operazioni andranno in porto in contemporanea, probabilmente saranno l’una esclusiva dell’altra, ma come dicevano i romani “pecunia non olet” e la condizione pivotale di Iliad potrebbe essere realtà persino in tempi più rapidi di quanto si possa prevedere.

Tim e il fondo Kkr

Fuori dai giochi delle acquisizioni locali rimane Tim, che però è sotto assedio dal fondo Kkr. Quest’ultimo sta adottando il classico approccio a “doccia scozzese”, una fase di interessamento seguita da una frenata. Di queste ore lo stand-by di Kkr, dopo che gli interessi si erano accesi nelle settimane precedenti, fatto pervenire a Tim con una lettera interlocutoria nella quale conferma che la volontà di continuare il dialogo e verificare i conti del gestore italiano. Tuttavia il fondo non chiarisce se intende lanciare l’Opa su Tim a 0,505 euro ad azione. Questo movimento continua a tenere alto il trend di crescita del valore azionario di Tim, ma lo scenario per Kkr è cambiato.

Ben lo descrive il Corriere.it come segue:

Lo scenario per Tim è cambiato, sia per il nuovo piano strategico con cui è stato avviato il percorso per lo scorporo della rete sia per l’accelerazione impressa sulla rete unica dopo il crollo in Borsa (ieri è arrivato anche il downgrade di S&P con outlook negativo). Kkr ha il 37% di FiberCop, la rete secondaria di Tim, e vista l’accelerazione l’interesse per l’Opa sarebbe passato un po’ in secondo piano. «La rete unica è uno degli obiettivi del governo e succederà» ha detto Francesco Giavazzi, consigliere economico della presidenza del Consiglio ieri al Bloomberg Italy Capital Markets Forum. «Da un punto di vista industriale non ha senso duplicare gli investimenti» ha aggiunto il ceo di Cdp, Dario Scannapieco, a cui fanno capo il 10% di Tim e il 60% di Open Fiber. «Se si fa una società della rete l’assunto e l’auspicio è che sia a controllo pubblico e preveda una fusione con Open Fiber» ha detto il presidente di Tim, Salvatore Rossi. Il «non disclosure agreement» tra Tim e Open Fiber per iniziare a parlare di rete unica dovrebbe essere firmato all’inizio di aprile.

Tanta infrastruttura, pochi servizi per gli operatori

Dunque siamo alle fasi iniziali di una partita lunga, giocata su più campi e in più giornate, che porterà a un riassetto progressivo della connettività mobile in Italia. Al centro c’è il 5G. Che ha trasformato, ancor più che il 4G, i gestori mobili in tubi vuoti nei quali passano dati e servizi di altre aziende, le cosiddette Ott (over the top) rappresentate da social, piattaforme, cloud e streamer. Tant’è che Vodafone ha capitanato un blitz con altri operatori europei per firmare la lettera che chiede a questi Ott, e alle Big Tech, di contribuire almeno alla metà del costo delle reti. Richiesta tanto bizzarra quanto infondata.

Lungi dall’avere la risposta in tasca, si possono però fare alcune considerazioni. Ovvero che negli ultimi dieci anni i gestori telefonici si sono combattuti sulla base del rapporto tra canone mensile e gigabyte offerti, in uno scenario strategico giocato sul piano cartesiano per trovare il punto ottimale tra ascisse e ordinate. Iliad ha sbaragliato la concorrenza intercettando due mal di pancia degli utenti italiani: una quantità enorme pressoché inesauribile di GB per mese e la trasparenza. A cui si aggiunge la semplicità. In meno di dieci minuti, senza sforzi o richieste menose e assurde di documenti, si ottiene la Sim presso i distributori automatici Simbox. Geniali, perché eliminano qualsiasi complessità ed emettono una sim funzionante.

Gli operatori telefonici concorrenti, Tim, Vodafone e WindTre, hanno risposto solo in parte a quelle che si sono rivelati gli asset fondanti di Iliad tali da fidelizzare gli utenti. Due su tutti: la semplicità e la coerenza delle tariffe. Hanno abbassato i prezzi aumentando i GB, ma gli addebiti, siano essi stati in bolletta o su prepagata, non sono mai uguali ogni mese. Chissà perché si sottoscrive una tariffa e poi all’atto pratico si pagano canoni difformi di mese in mese con aggiunte e integrazioni, a volte crescenti nel tempo, mai paventante. Non si sono tutelati su questo fronte, ma per di più hanno continuato a giocare sui prezzi fino a svuotare di valore i servizi. A volte introducendo complessità e schematismi senza senso.

Si prenda il caso di Kena (Tim) e Ho. Mobile (Vodafone), nati per rispondere ai prezzacci di Iliad. Nessuno ha mai capito la logica per cui siano state messe barriere di passaggio da Tim a Kena, e viceversa, o da Vodafone a Ho. Mobile, e viceversa. Sono questi atteggiamenti rigidi, sommati a costi imprevedibili, che hanno tolto fiducia ai clienti finali e hanno prosciugato l’ossigeno per i servizi e per una proposta a valore aggiunto da parte dei gestori telefonici. Che oggi devono recuperare puntando su aumentare le economie di scala, quindi per fusioni o acquisizioni.

Pazzesco che questa lezione sul mobile non sia stata capita sul fisso, così il debutto di Iliad con la fibra ottica ora sta mettendo in subbuglio i gestori delle linee domestiche per via delle stesse brutte abitudini del mobile: poca trasparenza sui costi, canoni ballerini e servizi poco efficienti.

Il fatto è che questa situazione ha un potenziale tellurico enorme. Può tanto esplodere, quanto implodere. In entrambi i casi, il consolidamento è la conseguenza: la riduzione dei gestori e un riassetto della competitività. Si è per troppo tempo “venduto” il prezzo oppure sovvenzionato lo smartphone o il device ambito dal consumatore, trascurando la domanda effettiva di quest’ultimo e “drogandolo” con canoni apparentemente succulenti. Che poi si sono rivelati piccanti poche settimane dopo la sottoscrizione.

Gestori telefonici: acquisizioni, implosioni o fusioni

Ai movimenti tellurici si aggiungono gli assestamenti di operatori virtuali o laterali. È il caso di Fastweb, ancora in cerca di una chiara identità ora che la combinata fisso+mobile tende a perdere peso in virtù del fatto che è replicata ovunque, o di Sky, la cui connettività non è un asset tale da compensare la mancanza di contenuti forti sull’offerta satellitare (l’assenza dell’esclusività della Serie A e delle leghe europee ha creato una voragine enorme).

Gli operatori virtuali creano solo rumore, spesso e volentieri tentando mosse tattiche per recuperare utenti sulla scia di un’impostazione simil-Iliad ma con problematiche differenti di caso in caso. C’è una ulteriore considerazione da fare. Mentre i gestori telefonici dipendono da infrastrutture sostanzialmente proprietarie, che concedono in licenza, sulla parte fissa, invece, esistono consorzi che slegano la rete in fibra ottica (ma non l’Adsl) dai singoli operatori. E questa è una situazione “sana” perché permette di strutturare offerte appoggiandosi su infrastrutture a disposizioni di tutti e gestite da terze parti.

“Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente!”, affermava Mao Zedong. Si riferiva agli scontri politici e sociali all’interno della Cina all’inizio degli anni ’60. Ebbene, la frase ben si presta anche per la situazione attuale per gli operatori telefonici fissi e mobili: ci si prepari a un cambiamento di paradigma e di scenario. È inevitabile. Oppure si accetti un fatto altrettanto inevitabile: che le linee telefoniche costano e anche noi consumatori dobbiamo renderci conto che non si può continuare a pretendere di pagare poco ciò che ha valore. Sia essa la connettività di un certo tipo oppure il device. È falso sostenere che la tecnologia costa poco. Non è vero. Prima si guarda in faccia alla verità, e non a un mero assioma per giustificare il proprio “vorrei ma non posso”, e prima si comprende che il mercato deve tornare su logiche più sostenibili. Per tutti.