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Gdpr: tutto quello che non si osa dire sul nuovo Regolamento europeo

Sono giorni in cui le caselle di posta elettronica e qualsiasi altro strumento di messaggistica con valore legale sono totalmente “grippate” da missive con una sola parola ricorrente: Gdpr. Il General Data Protection Regulation (da cui l’acronimo Gdpr) ridefinisce le regole sulla privacy e il trattamento dei dati personali nei rapporti aziende/aziende e aziende/clienti.

Entra in vigore da oggi in tutta Europa, compresa l’Italia, e ha impatti immediati su molti servizi connessi che siamo abituati a usare. Tra cui Facebook, Whatsapp, Google, Gmail, Instagram, e-commerce, chat e così via. Un cambiamento epocale nell’ottica di uniformare le leggi europee tra i vari Paesi, creare finalmente un corpus normativo coerente e omologato, riequilibrare le difformità regolamentari e, in teoria, tutelare maggiormente i dati personali e privati delle persone. All’atto pratico, rimane tutto nell’ombra.

Nonostante la quantità a stento digeribile di mail & co. ricevute in questi giorni, nella realtà dei fatti ben poco viene detto di utile a capire cosa davvero cambia. Il messaggio uniformato è una sorta di tranquillizzante “state calmi, vogliamoci bene, siamo qui per proteggervi e fidatevi di noi”.

Vi sentite davvero più protetti? Avete percepito di essere protetti da uno scudo legale solido come quello di Capitan America allo scoccare della scorsa mezzanotte? Forse è più simile allo scudo di latta di Don Chisciotte, visto che in Italia i limite massimo per adempiere alle nuove stringenti regole è stato rimandato a fine agosto. Con buona pace delle vostre informazioni personali.

Comunque moltissimi si sono già attrezzati e vi viene chiesto di accettare prontamente il Gdpr per poter continuare a utilizzare i vostri cari servizi. Leggete l’avviso che accompagna il tasto di accettazione, giusto per capire quanto la faccenda sia ancora sfumata nei contorni. Questo perché ancora una volta nessuno dettaglia in modo preciso e puntuale tutta la piattaforma di gestione della privacy. Ci potete arrivare ma scavando.

Tuttavia, a fronte dell’entrata in vigore del regolamento, bisogna fare i conti con strumenti di analisi e utilizzo dei dati personali ben più evoluti rispetto a quanto perimetrato dal Gdpr. Basti pensare all’intelligenza artificiale, alle nuove forme di inferenza basate sull’analisi dei dati e così via. Difficile predire davvero come saranno trattate le informazioni raccolte in virtù dell’evoluzione tecnologica. Figuriamoci se una legge può contenere tutta questa casistica.

Per esempio, aggregando in modo conforme al Gdpr i dati raccolti, è comunque possibile avere un identikit delle vostre abitudini e sono permesse operazioni inferenziali. L’utente medio non conosce nemmeno cosa era possibile o meno già ai tempi del regolamento standard sulla privacy.

Difficile che si sia nel frattempo accertato delle nuove normative. Senza contare che per superare questo scudo è sufficiente creare profili falsi: l’utilizzo di bot può aiutare a intercettare dati altrimenti non raccoglibili. Senza dimenticare che il Gdpr è vincolante per gli Stati membri dell’Europa. Non fuori dal Vecchio Continente.

Difficile dire come sono raccolti i dati, difficile stabilire come vengono trattati, difficile dire cosa succede dietro le quinte. Sono questi i dubbi sollevati su questo nuovo regolamento che in compenso sta attanagliando le aziende chiamate ad adeguarsi. In molti casi con sforzi organizzativi ed economici tutt’altro che secondari, soprattutto se inseriti nel contesto di mercato attuale.

Alla resa dei conti il Gdpr non blocca il tracciamento e la raccolta dei dati ma solo il loro utilizzo verso terzi e per scopi di marketing. Ma questo porterà solo le aziende più forti a elaborare nuove strategie per produrre advertising online e per intercettare le persone. Per contro, quelle più deboli sono esposte a salassi nel caso non si adeguino al nuovo Regolamento: fino a 40 milioni di euro di multa o al 2% del del fatturato annuale.

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