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Facebook si è impegnato a investire almeno 1 miliardo di dollari nel settore dell’informazione nei prossimi tre anni, giorni dopo uno scontro di alto profilo con il governo australiano sul pagamento degli editori per la condivisione dei contenuti.

Il braccio di ferro con l’Australia è iniziato a causa di una proposta di legge che impone alle piattaforme di pagare gli editori dei media tradizionali e dei siti di news per l’uso dei loro contenuti. A questo Facebook aveva risposto bloccando la condivisione di contenuti giornalistici sul social in Australia.

Non è un caso che l’impegno del social network per l’industria dell’informazione segua di pari passo l’investimento di 1 miliardo di dollari di Google lo scorso anno: i big player della tecnologia sono sotto il fuoco incrociato da diverso tempo, tanto per il loro modello di business quanto per la proliferazione di contenuti falsi e fake news. Un male, quest’ultimo che i social di Zuckerberg e Google stanno cercando di arginare, a onor del vero. Ma la strada da percorre è ancora tanta ed è tutta in salita.

Facebook ha ripristinato le pagine di notizie made in Australia, ponendo fine al blackout senza precedenti di una settimana dopo aver strappato concessioni dal governo su una proposta di legge che richiederà ai giganti della tecnologia di corrispondere una cifra in denaro alle media company tradizionali e ai siti di news per la condivisione dei loro contenuti.

Un blackout che, seppur breve, ha scioccato l’industria dell’informazione globale che, dopo aver visto il tradizionale modello di business completamente ribaltato dai giganti della tecnologia ormai anni fa, ora è incerta su cosa prospetta il futuro.

In un blog post che dettaglia la sua versione della resa dei conti, Facebook ha detto che il divieto di notizie era correlato a un “malinteso fondamentale” del rapporto tra la società e gli editori.

Facebook dichiara infatti:

“Sono gli stessi editori che scelgono di condividere le loro storie sui social media o di metterle a disposizione per essere condivise da altri, perché ne traggono valore. Ecco perché hanno pulsanti sui loro siti che incoraggiano i lettori a condividere i contenuti. E se fai clic su un link condiviso su Facebook, vieni reindirizzato dalla piattaforma al sito web dell’editore. In questo modo, lo scorso anno Facebook ha generato circa 5,1 miliardi di referral gratuiti agli editori australiani per un valore stimato di 407 milioni di dollari australiani per l’industria dell’informazione”.

Il social risponde anche a chi lo accusa di rubare, letteralmente, i contenuti creati e condivisi dagli editori:

“Non prendiamo né chiediamo il contenuto per il quale ci è stato chiesto di pagare un prezzo potenzialmente esorbitante. In effetti, i collegamenti alle notizie sono una piccola parte dell’esperienza che la maggior parte degli utenti ha su Facebook. Meno di un post su 25 nel feed di notizie conterrà un collegamento a una notizia e molti utenti affermano che vorrebbero vedere ancora meno notizie e contenuti politici”.

Facebook si spinge oltre e dichiara che la legge del governo Australiano potrebbe rendere “non funzionale” internet:

“La legge australiana potrebbe rendere Internet come lo conosciamo “impraticabile”, sostenendo che “rischia di violare un principio fondamentale del Web richiedendo il pagamento per il collegamento tra determinati contenuti online”.

Un pagamento che, stando a quanto dice Facebook, sarebbe stato pari a un assegno in bianco. Quasi un risarcimento per quanto le media company tradizionali hanno perso nel passaggio all’epoca digitale, sempre secondo il social di Zuckerberg: “È come costringere le case automobilistiche a finanziare le stazioni radio perché le persone potrebbero ascoltarle in macchina e lasciare che siano le stazioni a stabilire il prezzo”.

Una scelta, quella del blackout, che Facebook sostiene avere radici radicate nel tempo: “Comprendiamo che la decisione di interrompere la condivisione di notizie in Australia sembri apparsa dal nulla. Lungi dall’essere effettuata di punto in bianco, Facebook aveva indicato che si sarebbe potuto trovare costretto in questa posizione sei mesi fa. Abbiamo discusso con il governo australiano per tre anni cercando di spiegare perché questa proposta di legge, non emendata, era impraticabile.”

Ma alla fine della strada, le due super potenze (una tecnologica e una geo-politica), hanno scelto un approccio condiviso: “Riconosciamo assolutamente che il giornalismo di qualità è al centro del funzionamento delle società aperte: informare e responsabilizzare i cittadini e rendere conto ai potenti. Questo è il motivo per cui abbiamo investito 600 milioni di dollari dal 2018 per supportare l’industria dell’informazione e pianifichiamo almeno di investire 1 miliardo di dollari in più nei prossimi tre anni. Il mese scorso, Facebook ha annunciato accordi con The Guardian, Telegraph Media Group, Financial Times, Daily Mail Group, Sky News e molti altri, inclusi editori locali, regionali e di lifestyle, per pagare i contenuti nel suo prodotto Facebook News nel Regno Unito: una nuova scheda in cui gli utenti possono trovare titoli e storie accanto a notizie personalizzate in base ai propri interessi. Accordi simili sono stati raggiunti con editori negli Stati Uniti e Facebook è in trattative attive con altri in Germania e Francia”.