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Purtroppo l’acquisizione per 44 miliari di dollari di Twitter da parte di Elon Musk è stata subito seguita dagli stucchevoli commenti pronti all’uso, come fossero in sottovuoto desiderosi di essere esposti all’aria, sulla pericolosità che una piattaforma social sia nelle mani di un’unica persona. Balle. Banalità. Pura retorica vuota, sterile e persino inesatta, che dimostra con quanta superficialità usiamo Internet e i social network. Se il timore fosse davvero questo, e chi vi scrive non osa crederlo ma tende al buonismo e a pensare che chi sostiene certe cose marchiane sia alla ricerca di luce riflessa (come uno specchio al sole), dunque perché abbiamo lasciato campo libero per oltre un decennio a Mark Zuckerberg? Che non solo è proprietario di Facebook, ma anche di Instagram, WhatsApp e Oculus. Tanto che per semplificare li ha tutti messi sotto un unico ombrello: Meta.

La verità è che acquistare un social network non significa governarlo. Il proprietario non è per forza un ceo. E anche se lo fosse, negli Stati Uniti come in Italia sono previsti organi di gestione, controllo e approvazione delle attività. Sono i consiglieri, i presidenti, i vice presidenti, gli investitori, gli stakeholder: il board, come è definito. E il board ha più potere, soprattutto negli States, del singolo. Si ricordi che Steve Jobs, proprietario di Apple, è stato prima sfiduciato e poi estromesso per quasi un decennio dalla sua stessa azienda, di cui era ceo, per rientrarci solo con il consenso del board. Dunque, concentrarsi sul fatto che Twitter diventi da public company a società sostanzialmente privata non è un buon modo per comprendere come e perché la piattaforma è destinata a cambiare.

Il messaggio di Elon Musk e le parole criptiche

Una risposta semplice ed esauriente sulla direzione presa da Twitter è stata più volte data da Elon Musk, che nel passato durante la trattativa ha sempre espresso il concetto di “liberare il pieno potenziale” offerto dal social. Nel tweet di celebrazione dell’avvenuto acquisto, Musk ha scritto quanto segue:

“La libertà di parola è la base rocciosa di una democrazia funzionante e Twitter è la piazza della città digitale nella quale sono dibattute questioni vitali per il futuro dell’umanità”. E ancora Musk: “Io voglio anche che Twitter diventi ancora migliore potenziando il prodotto con nuove funzioni, rendendo open source l’algoritmo per aumentare la fiducia, distruggere gli spam bot e autenticare tutti gli umani. Twitter ha un potenziale gigantesco – Non vedo l’ora di sbloccarlo insieme con la società e la comunità”.

Sono tanti i temi racchiuse in poche righe. A iniziare dal fatto che Twitter è un social network, con una particolare predisposizione alla comunicazione interpersonale e alla massificazione delle notizie e dei movimenti sociali e culturali. Ma non è ancora un mezzo di comunicazione di per sé o di informazione, è una piattaforma gestita da società con un proprio regolamento e delle regole che impone agli utenti. Regole che potrebbero cambiare con Musk oppure no, ma che obbligano gli iscritti ad attenersi salvo essere espulsi. Come nel caso celebre di Donald Trump. È sbagliato parlare di censura con le piattaforme social: è più corretto e indicato sostenere che l’utente ha violato le regole sottoscritte all’atto della registrazione.

La censura è una cosa. Il ban perché si viola la regola di una piattaforma controllata da società private, per quanto quotate, è un’altra. La sostituzione semantica dei due termini genera errori enormi, inqualificabili eticamente e confusione: le società private agiscono per i loro interessi; la censura è quella attuata altrove. E da questa confusione costante e sommaria nascono le sbrigative posizioni sulla libertà di parola. Che è tecnicamente garantita dallo Stato e dalle leggi, non da piattaforme che regolano per filo e per segno il comportamento corretto da tenere. Twitter non è sostituto di alcuna legge, si attiene a norme e regolamenti vigenti nei vari Paesi e restringe il perimetro con le proprie condizioni di utilizzo. La libertà di parola attiene alla democrazia politica; sui social, di qualsiasi tipo, c’è la libertà di espressione nell’ambito delle condizioni sottoscritte. Che poi la libertà di parola non consiste nel dire tutto ciò che si vuole a prescindere ma è ben definita dalla costituzione. Da non confondere con la parresia, così come definita dagli antichi greci, come l’attitudine a dire tutto ciò che si ha in mente. Questa cosa non è legale nemmeno nella vita di tutti i giorni. È bene comprendere queste differenze, altrimenti si cade in prese di posizione non allineate e contestualizzate a ciò che è reale. E nascono le utopie.

Una di queste è proprio relativa all’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk e si fonda sul “liberare il potenziale”. La libertà di parola, ossia quella definita dalla legge dei vari Paesi e non dalla parresia, è una utopia. Non è dimostrato né dimostrabile che con Musk siano evitati i casi di bando alla Trump, per il semplice motivo che le regole di Twitter rimangono tali e in essere: chiunque le violi è richiamato e poi sospeso dalla piattaforma.

Musk investe in un progetto, non mira a un’ideologia

E Musk non è nemmeno quel rivoluzionario che si possa credere: è un investitore, un industriale, un uomo di finanza. Ha fatto un investimento in Twitter, ci sono molte cose che il sito avrebbe potuto fare e non ha fatto nella gestione precedente di Jack Dorsey per aggiornarsi ed essere più moderno. Invece si è fatto superare a destra e sinistra, in ogni Paese, da Instagram, da TikTok e dai social locali (Facebook in occidente, QQ in oriente). Dunque le parole di Musk sono di un investitore che ha profuso denaro e ora vuole impostare una strada nuova per la piattaforma che ne elevi il Roi. Tutto il resto sono fandonie, sperane e utopie che nel mondo digitale si sono tante volte rivelate come bolle e assiomi. O speranze evaporate come neve al sole. Esempi? WeWork, Theranos, MySpace, Second Life e così via.

Elon Musk ha investito in una piattaforma che può essere ammodernata e cambiata affinché aumenti il suo valore. Lo strumento è passare per una maggiore libertà di azione “delle persone” ma già contrastando i “bot”. Mettere l’algoritmo in open source è un richiamo alla fiducia rivolto ai futuri investitori, anche pubblicitari.

Tutto il resto, dalle nuove regole a una piazza libera e così via, sono pure utopie. Vaneggiamenti sessantottini che non hanno nulla di democratico se non il fatto che ci sono leggi di Paesi da rispettare. Questo è un perimetro che nemmeno Twitter by Musk potrà violare. E quindi, di che si parla? Nulla, del solito Twitter. Anzi, forse si stava meglio prima?

Twitter: l’attuale ceo non prevede licenziamenti ma i dipendenti sono preoccupati per il dopo Musk

L’attuale ceo di Twitter Parag Agrawal ha detto di avere parlato con Elon Musk. E di avere ricevuto garanzie che “in questo momento” non sono previsti licenziamenti e che la struttura sarebbe rimasta, sempre per ora, invariata finché la situazione non sarà stabilizzata. Rimarrà in essere il consiglio di amministrazione ma poi sarà sciolto e ricomposto una volta che Musk avrà le idee più chiare.

“C’è davvero incertezza su cosa accadrà dopo la chiusura dell’accordo”, ha detto Agrawal allo staff.

“Una volta concluso l’accordo, non sappiamo in quale direzione andrà la piattaforma”, ha detto Agrawal allo staff riguardo a Trump, dicendo che era una domanda che dovrebbe essere affrontata con Musk.

L’accordo dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno. Fino a quando Musk non prenderà il sopravvento, lo staff di Twitter potrebbe dover aspettare per sapere come cambieranno le cose. “Non abbiamo tutte le risposte”, ha detto Agrawal. “Questo è un periodo di incertezza”.

Non sono nemmeno così positivi i dipendenti di Twitter. Sui canali di discussione, si è letta delusione, preoccupazione e negatività. Forse perché la preoccupazione per i posti di lavoro è davvero grande. Alcuni dipendenti con cui ho parlato sono aperti all’idea che un Twitter privato gestito da Musk abbia maggiori possibilità di migliorare il servizio rispetto a un’azienda pubblica obbligata ai suoi azionisti. A loro piace il fatto che voglia eliminare i bot dannosi e portare più chiarezza su come funzionano gli algoritmi di promozione.

Allo stesso tempo, molti dipendenti di Twitter ricevono la metà o più del loro compenso in azioni. In una riunione di lunedì pomeriggio, è stato detto loro che i dipendenti non riceveranno azioni una volta che l’azienda diventerà privata. Di conseguenza, alcune fonti avrebbero detto che “le chat di gruppo si stanno arrovellando per capire se lavorare su Twitter ha prima di tutto un senso economico”.

E allora smettiamola di legarci alle utopie e guardiamo le aziende per quel che sono: aziende, nate per fruttare denaro agli investitori. In questo caso, Twitter dovrà ripagare l’investimento di Elon Musk. Il come è la reificazione della nuova direzione della piattaforma, ma è solo il viatico per generare Roi. Non si confonda il cambiamento, che ha un obiettivo finanziario, in senso ideologico. Sarebbe un grande errore di comprensione di cosa sta accadendo veramente.