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Decreto Caivano: il Governo chiede il parental control. Esiste da sempre ma nessuno lo usa

Nella conferenza stampa del Consiglio dei Ministri, il premier Giorgia Meloni ha licenziato ufficialmente il cosiddetto Decreto Caivano. Derivante proprio dalla città a cui è stato intitolato perché presa a metafora delle problematiche giovanili. Come spiega Giorgia Meloni: “Noi siamo stati a Caivano la scorsa settimana, lo ricorderete, abbiamo preso degli impegni precisi dopo l’ennesimo fatto di cronaca, uno dei tanti fatti di cronaca che, in particolare in questo caso, riguardano minori e che si svolgono in quelle che sono state definite negli anni delle ‘zone franche’, nelle quali lo Stato piano piano ha scelto negli anni di indietreggiare: sono state abbandonate a loro stesse”. Ebbene, per risolvere queste e altre problematiche, il Decreto impone una serie di obblighi e di tutele per i più giovani, tra cui l’utilizzo del controllo parentale (parental control) per filtrare i contenuti sui dispositivi mobili.

Ora, lodevole l’iniziativa del Governo peccato che pecchi di qualche informazione che sarebbe stato utile fornire a priori. A iniziare dagli strumenti di controllo parentale che su pc e smartphone esistono sostanzialmente da sempre, ma rimangono inutilizzati. Perché? A volte per ignoranza, a volte per comodità. Così come è comodo e pratico iscrivere i figli minori o non ancora con l’età adeguata per accedere a chat, social e piattaforme on-line solo perché “lo fanno tutti”. Gli interventi, che vedremo qui di seguito, sono un inizio e vanno nella direzione di bloccare, punire, impedire. Ma nella realtà servirebbe più cultura del rischio, delle conseguenze e delle responsabilità di agire attraverso i device. Perché ciò che si perpetra in modalità digitale ha la medesima valenza, se non di più, di ciò che avviene nel reale: nessuno si permetterebbe di dire certe cose esplicitamente una persona dal vivo, ma via WhatsApp si abbandonano i freni inibitori.

E la cultura dovrebbe partire dai genitori, che sono i veri ignoranti su quanto siano potenzialmente pericolosi e impattanti i device mobili e tutte le app e le piattaforme che si possono raggiungere. Ma i genitori sono i primi ad avere le barriere abbassate per divertimento, comodità o sottovalutazione del rischio. Qui ci sarebbe tantissimo da lavorare. Dice Giorgia Meloni:

“Ora noi abbiamo inserito queste norme sul Parental Control che sono ovviamente la cosa minima che si che si può e si deve fare. Lì c’è tutta l’altra materia che riguarda il tema del blocco dell’accesso dei minori e la certificazione dell’età dei minori, che è un tema sul quale noi ci siamo interrogati: è materia molto complessa sulla quale si interrogano i governi di mezzo mondo, perché è una materia che entra molto anche nella privacy, anche degli adulti. Questa è una materia sulla quale, visto che ci sono anche forze politiche che hanno presentato delle proposte, io non considero giusto intervenire per decreto, però è una materia che spero le forze politiche, il Governo, ma anche il Parlamento possano rafforzare poi in sede di conversione del decreto-legge o con altri provvedimenti, perché questa è una materia molto difficile ma molto, molto importante”.

Le norme di cui parla sono scritte integralmente sui siti ufficiali del Governo e dei Ministri. Sono tanto basilari da risultare ridondanti. Nella fattispecie, la sezione in cui si parla del parental control è questa:

Disposizioni in materia di tutela dei minori che utilizzano dispositivi informatici

Si prevede l’obbligo, per i fornitori dei servizi di comunicazione elettronica, di assicurare la disponibilità delle applicazioni di controllo parentale nell’ambito dei contratti di fornitura di tali servizi. A regime, si prevede inoltre l’obbligo per i produttori di dispositivi di telefonia mobile (e simili) di assicurare l’installazione di default di tali applicazioni nei nuovi dispositivi immessi sul mercato.

Si prevedono oneri informativi in capo ai produttori di dispositivi, i quali sono tenuti ad informare l’utenza circa la possibilità e l’importanza di installare tali applicazioni, che dovranno essere gratuite.

Si introducono, inoltre, norme per favorire l’alfabetizzazione digitale e mediatica a tutela dei minori, anche con campagne informative.

A cui si somma il seguente passaggio:

Prevenzione della violenza giovanile e divieto di utilizzo di dispositivi di telecomunicazione e servizi informatici

Per contrastare il fenomeno della violenza giovanile, anche con riferimento al fenomeno delle “baby-gang”, si modifica la disciplina della misura di prevenzione personale dell’”avviso orale”. Attualmente, la misura è prevista per i soggetti maggiorenni che, per la condotta ed il tenore di vita, si ritiene vivano, anche in parte, con i proventi di attività delittuose e siano dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica. Con le nuove norme, l’avviso orale è reso applicabile anche ai minorenni a partire dai 14 anni.

Si prevede che il Questore possa proporre all’Autorità giudiziaria di vietare, a determinati soggetti di età superiore ai 14 anni, di possedere o utilizzare telefoni cellulari e altri dispositivi per le comunicazioni dati e voce quando il loro uso è servito per la realizzazione o la divulgazione delle condotte che hanno determinato l’avviso orale.

Si estende al minorenne, per la violazione delle prescrizioni dell’avviso orale, la sanzione penale prevista per i maggiorenni (reclusione da uno a tre anni e con multa da euro 1.549 a euro 5.164).

Si introduce una figura di ammonimento analogo a quello previsto in materia cyber-bullismo, al fine di intercettare alcune condotte illecite realizzate fisicamente da minorenni nei confronti di altri minori, con particolare riguardo alle fattispecie di percosse, lesioni, violenza privata e danneggiamento.

Ora, la cosa che lascia interdetti è che per il Ministro per la Famiglia Eugenia Roccella l’unico problema riguarda l’accesso ai contenuti porno, come spiega lei stesa:

Alla resa dei conti il Consiglio dei Ministri ha emanato una normativa incompleta e focalizzata sull’ideologia e non sulla realtà dei fatti. Chiedere che venga inserito un parental control gratuito ai brand e agli operatori è equivalente al chiedere ai produttori di auto di inserire il volante per poter vendere le auto. I sistemi di controllo parentale esistono già, ci sono da sempre e sono ben più sofisticati delle quattro banalità chieste dal Governo. E non servono solo per bloccare i siti porno ma sono pensati soprattutto per gestire la navigazione dei minori e per analizzarne i comportamenti. Sono addirittura più utili di ciò che vorrebbe il CdM, perché sono sviluppati con l’intento di instaurare un dialogo tra genitori e figli e non bloccare l’accesso a qualcosa come fosse un tabù. Una visione, quella del Governo Meloni, davvero antiquata e retrograda di questi strumenti.

Peraltro, tutto ciò è duplicato rispetto all’azione dell’Agcom il 25 gennaio 2023 ha fatto propria la delibera “Adozione delle linee guida finalizzate all’attuazione dell’articolo 7-bis del decreto-legge 30 aprile 2020, n. 28 in materia di “sistemi di protezione dei minori dai rischi del cyberspazio”. Nelle Linee guida l’Autorità fornisce una preliminare elencazione delle principali categorie soggette al filtro dei sistemi di Parental control, tra cui Contenuti per adulti, Gioco d’azzardo/scommesse, Armi, Violenza, Odio e discriminazione, Promozione di pratiche che possono danneggiare la salute alla luce di consolidate conoscenze mediche, Anonymizer, Sette. Gli operatori dovranno comunicare all’Autorità le categorie utilizzate per i sistemi di Parental control, la cui funzionalità minima deve includere almeno il blocco dei domini e siti web ospitanti contenuti oggetto di filtro.

Dunque, ancora una volta, ci si trova nella situazione in cui il Governo si sente in dovere di fare qualcosa ma non si confronta con la realtà dei fatti. Sarebbe bastato che uno dei Ministri accendesse lo smartphone o il pc o la console o la Tv per rendersi conto che lo strumento parental control esiste ed è ben più complesso della versione “minimal” richiesta. Ma non solo. L’impressione è che si corra sempre dietro alle vicende dell’attualità eseguendo manovre più estetiche che necessarie. I brand di device mobili sono anni luce avanti rispetto a queste quisquilie. E il problema, caro Ministro Roccella, non è il porno ma tutto il resto che gravita attorno agli smartphone. O fate capire la pericolosità ai genitori, oppure non aspettatevi che un controllo parentale risolva la situazione.

Considerando che sono proprio i genitori che, nonostante abbiano questi strumenti da decenni, se ne guardano bene dall’attivare queste difese o dall’impedire l’accesso a certe risorse on-line. Non riescono nemmeno a convincere i figli che non è sano accedere alle piattaforme vietate se non si ha l’età minima perché si ha paura di “tagliare fuori” i ragazzi dal mondo e dai sistemi di comunicazione più usati. Scaricare l’obbligo di attivare il parental control su brand, operatori e piattaforme è un comodo viatico ma francamente ridicolo. Sarebbe più utile impostare una politica sociale che rifletta il mondo attuale, puntando sulla consapevolezza e su un vero e tangibile percorso di formazione digitale della popolazione. Altrimenti si fa la figura di quelli che governano senza nemmeno sapere quali funzioni offrono i dispositivi che si impugnano in pubblico con tanto orgoglio.

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