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Ci siamo iscritti al tanto atteso social di Trump: peccato che non è un social

Un po’ come quei bambini che si portano a casa il pallone (di un altro) dopo che sono stati estromessi dal gioco perché troppo inclini a spintoni e gesti scorretti, Donald Trump ha presentato quella che doveva essere la piattaforma social che promette da mesi. Lungi dall’essere un luogo aperto e intuitivo, si scopre però che la tanto decantata piattaforma altro non è che una nuova sezione del sito web della sua campagna elettorale, nello specifico una sorta di feed blog che riecheggia i primi anni 2000, al quale Donald Trump affida i suoi pensieri.

Finalmente libero di dire ciò che vuole, come vuole e senza possibilità di essere contraddetto, smentito o riportato ai rigidi cardini della realtà, Donald Trump ha finalmente trovato la dimensione a lui congeniale. Quella del monologo infinito, cullato dall’illusione dell’assenso unanime, scevro dai mostri oscuri della responsabilità e del fact-checking.

Per chi avrà voglia di visitarlo, “From the desk” è, almeno in questa prima release, una sorta di “Caro diario” dell’ex presidente, una raccolta infinita di post che ricorda molto quello che fu il suo feed Twitter. I pensieri di Trump si possono condividere sul proprio account Facebook e Twitter e a questi si può anche esprimere apprezzamento tramite il clic sul cuore, che però mentre scriviamo non sembra produrre risultati concreti.

Anche se la piattaforma è stata lanciata ufficialmente martedì, ci sono post che risalgono al 24 marzo. L’ultimo post di Trump è un video che pubblicizza la sua nuova piattaforma, definendolo “un posto dove parlare liberamente e in sicurezza, direttamente dalla scrivania di Donald J. Trump”. Secondo Fox News , Trump “alla fine” sarà in grado di comunicare direttamente con i suoi sostenitori, anche se non è chiaro come ciò accadrà. 

La piattaforma sembra essere stata costruita da Campaign Nucleus, una società di servizi digitali fondata dall’ex responsabile della campagna di Trump Brad Parscale.

Certo, sorgono spontanee un paio di considerazioni. Intanto è singolare che, dopo aver per mesi gridato contro la censura e rivendicando la libertà di parola, la “piattaforma” partorita da Trump sia un palcoscenico di cui lui è l’unico protagonista, piuttosto che un luogo di incontro aperto e scevro da qualsivoglia limite (anche del buongusto), dove esprimere liberamente idee e punti di vista, per quanto coloriti. Forse lo diverrà in futuro, ma al momento sembra che ciò di cui Trump avesse impellente bisogno non fosse altro che un ritorno all’epoca di MySpace.

Per chi scrive resta però inquietante la ricerca dell’unilateralità di pensiero e la ripetizione dello stesso concetto all’infinito senza che questo debba per forza di cose essere veritiero. Metodi – più che filosofie – che si sono mostrati più di una volta forieri di successi in politica e capaci di plasmare davvero le menti e inglobarle in una visione distorta, senza farsi troppe domande.

Perché, si badi bene, questo non è il capriccio di un ricco annoiato, sebbene i toni semiseri di questo articolo possano trarre in inganno. Questo è piuttosto il primo tassello della prossima corsa elettorale di Trump. Certo, il futuro presidente verrà eletto solo tra 4 anni, ma le campagne iniziano ben due anni prima. Con largo anticipo, e senza far scemare l’astio dei suoi elettori per la sconfitta ancora bruciante, Trump sta ponendo le basi per la sua ricandidatura partendo dai social e poi, probabilmente, completando il quadro con una tv (o web tv) e con ben più di qualche contenuto audio sparpagliato qua e là.

Trump sa bene che può contare su una base di elettorato solida e facilmente infiammabile. Ciò di cui ha bisogno è capitalizzare la fiamma e non farla scemare ma anzi mantenere vivo l’interesse soprattutto mentre alla Casa Bianca siede chi lo ha sconfitto. Del resto fare opposizione è mestiere ben più facile rispetto al tenere salde le redini del mondo, ancor più facile se si ha l’opportunità di parlare senza venire mai contraddetti o senza che vengano esplorate a fondo le tesi dietro un ragionamento.

Questo perché al momento, anche se la piattaforma di Trump invita al “Sign up”, ovvero alla registrazione, il clic sulla voce conduce alla fine della pagina, dove viene richiesto di lasciare nome, cognome, email e numero di telefono per venire contattati istantaneamente appena Trump pubblica qualcosa. Singolare che, nel 2021, al rilascio dell’indirizzo email non segua un’istantanea email di benvenuto.

Ed è singolare il passo successivo alla registrazione, che più che quello di una piattaforma social ricalca il modello di una piattaforma elettorale al grido di “Save America”:

A conti fatti, sembrerebbe che per avere un account funzionante sulla piattaforma si debba per forza di cose donare almeno 1 dollaro al movimento di Trump. Per dovere di cronaca, abbiamo provato a inserire il valore “0” in “Other” ma il sistema ci informa che la casella deve essere riempita con un valore uguale o maggiore di “1”.

Se non si completa questo passaggio, dunque se non si dona al movimento di Trump, al momento non ci è dato sapere se riceveremo o meno gli aggiornamenti dalla piattaforma.

Trump sulle altre piattaforme

Il consiglio di sorveglianza di Facebook ha confermato il divieto di accedere alla piattaforma all’ex presidente Donald Trump. Tuttavia, il consiglio afferma che “non era appropriato che Facebook imponesse” una sospensione a tempo indeterminato a Trump e invita la società a rivedere questa decisione entro i prossimi sei mesi per “determinare e giustificare una risposta proporzionata che sia coerente con le regole che vengono applicati ad altri utenti della piattaforma”. Una frase che apre la porta a un ritorno di Trump prima della fine dell’anno, ma lascia comunque la decisione finale nelle mani di Facebook.

In una dichiarazione, il vicepresidente degli affari e delle comunicazioni globali di Facebook Nick Clegg, ha affermato che Facebook prenderà in considerazione la decisione del consiglio e determinerà una posizione politica in merito ai divieti a tempo indeterminato come richiesto dal consiglio. “Nel frattempo, i conti del signor Trump rimangono sospesi”, ha detto Clegg.

Trump è stato sospeso dalle piattaforme Facebook in seguito alla rivolta del Campidoglio lo scorso gennaio. Poco dopo aver sospeso l’account, Facebook ha chiesto all’Organismo di Vigilanza di rivedere il divieto di Trump. Inizialmente programmata per 90 giorni, la revisione è stata rinviata ad aprile dopo che oltre 9.000 osservazioni pubbliche sono arrivate per commentare la sentenza.

In particolare, la sentenza del consiglio afferma che i post di Trump del 6 gennaio hanno contribuito alla violenza della rivolta del Campidoglio. “Mantenendo una narrativa infondata di frode elettorale e persistenti inviti all’azione, il signor Trump ha creato un ambiente in cui era possibile un serio rischio di violenza”, si legge nella decisione. “All’epoca dei post del signor Trump, c’era un chiaro e immediato rischio di danno e le sue parole di sostegno per coloro che erano coinvolti nelle rivolte legittimavano le loro azioni violente”.

“Non è sempre utile tracciare una netta distinzione tra leader politici e altri utenti influenti”, si legge nella decisione. “Se un capo di stato o un alto funzionario del governo ha pubblicato ripetutamente messaggi che rappresentano un rischio di danno ai sensi delle norme internazionali sui diritti umani, Facebook dovrebbe sospendere l’account per un periodo sufficiente a proteggersi da danni imminenti”.

Trump rimane bandito su altri grandi social network. Sulla scia dell’attacco al Campidoglio, Twitter ha rimosso definitivamente il suo account e YouTube lo ha sospeso a tempo indeterminato. Tuttavia, il CEO di YouTube Susan Wojcicki ha recentemente promesso di ripristinare il suo account in futuro, una volta diminuito il rischio imminente di incitamento alla violenza.

I social media hanno svolto un ruolo importante nell’ascesa alla ribalta di Trump e molti nella sua cerchia ristretta lo considerano fondamentale per mantenere la sua influenza nei futuri cicli elettorali. In qualità di presidente, Trump ha esercitato una significativa pressione normativa sulle piattaforme, in parte per impedire loro di intraprendere azioni di moderazione contro i conservatori. Nel 2020, ha firmato un ordine esecutivo che invitava la Federal Communications Commission a reinterpretare la sezione 230 del Communications Decency Act. La commissione non ha ripreso l’ordine.

Più recentemente, Trump ha tentato di sfuggire completamente all’influenza delle piattaforme lanciando una nuova “piattaforma di comunicazione” sul sito web della sua campagna che imita un feed Twitter. I sostenitori sono incoraggiati a registrarsi per ricevere avvisi tramite posta elettronica e numeri di telefono.

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