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Chi può tracciare i vostri dati? Le app per Android con tracker. E tante sono molto diffuse

Il fenomeno del tracciamento dei dispositivi mobili animati da Android è così diffuso che il ricercatore Rishab Nithyanand non ha dubbi nel definirlo un “ecosistema opaco“. Lo sviluppatore è parte del programma Mozilla Fellowship, che mira a incentivare la diffusione della ricerca e delle piattaforme aperte, e ha firmato un documento (che potete leggere nella sua forma integrale qui) dove si analizza il fenomeno delle app che monitorano e tracciano i dati personali.

Stiamo parlando di applicazioni standard e, per lo più, di terze parti: quando si accettano le condizioni di utilizzo, molto spesso intrinseche nel processo di download e apertura dell’app stessa, si entra in un reame contraddistinto dall’opacità nel modo in cui sono trattate le informazioni personale raccolte tracciando l’utilizzo di smartphone e tablet.

Nel post pubblicato dal ricercatore si legge questa frase:

“In tutto, il team ha identificato 2.121 tracker, 233 dei quali erano prima sconosciuti e non presenti nelle blacklist. Questi tracker raccolgono dati personali attraverso Android tra cui identificativi, numeri di telefono, impronte digitali e indirizzi di rete”.

Per effettuare la ricerca, i firmatari del suddetto articolo hanno sviluppato un’app chiamata Lumen Privacy Monitor che ha richiesto circa due anni di sviluppo. L’applicazione è scaricabile gratuitamente da questo collegamento di Google Play e provvede ad analizzare il traffico generato dalle app installate per verificare i flussi di dati così da individuare i tracker presenti sul dispositivo mobile.

La cosa interessante è che Lumen rileva anche le trasmissioni cifrate e permette di bloccare il traffico indesiderato. Attraverso questo strumento, i ricercatori hanno raccolto dati in forma anonima da 11mila utenti in tutti i Paesi al mondo. Sono state analizzate app gratuite, a pagamento e installate di default dal produttore dello smartphone.

Riassumiamo i punti chiave della ricerca:

  • Molti dei tracker afferiscono a una manciata di aziende: Alphabet, la holding che controlla Google, firma 16 dei 20 tracciatori più aggressivi e pervasivi. Seguono Facebook e Verizon. Nithyanand descrive questa situazione come un “un evidente oligopolio che vive in questo ecosistema”.
  • I giochi e le app per l’educational hanno fatto segnalare la maggiore incidenza di tracker integrati; piuttosto densa la presenza anche nelle applicazioni di notizie e di intrattenimento.
  • I tracker per i dispositivi mobili sono stati individuati anche sui computer. Questo permette alle aziende che li diffondono di raccogliere dati sinergici sulle abitudini degli utenti e di sommare i paradigmi di utilizzo. Nithyanand definisce un fenomeno di “piattaforma cross di tracciamento già operativa e pervasiva. 15 delle 20 società attive nel mobile advertising sono presenti anche nella pubblicità via web“.
  • L’articolo di Nithyanand lancia anche una invocazione verso i legislatori per regolare questa diffusione incontrollata dei tracker: “I governi sono inefficienti se non comprendono la natura dell’ecosistema che stiamo descrivendo“.

In realtà una maggiore presa di coscienza su cosa si installa sullo smartphone dovrebbe partire dall’utente stesso, chiamato sempre più a prestare molta attenzione alle app e alle condizioni di utilizzo annesse. Il regime di funzionamento dei tracker, lo ribadiamo, fa rima con opacità informativa e i meccanismi utilizzati dalle aziende per raccogliere e trattare i dati sono ben lungi dall’essere chiari e definiti. Anzi, la finalità, le politiche di privacy e riservatezza e i modi di conservazione, diffusione e trattamento delle informazioni sono del tutto sconosciuti e vivono in un contesto irraggiungibile, etereo e non verificabile. Questo è il vero problema.

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